giovedì 7 dicembre 2006

Sti tacchini d'americani: da Rocky alla Bibbia

So che sembra incredibile, eppure sono riuscito a essere molto più logorroico del solito. Eccovi tre pagine di word sul giorno del ringraziamento. Lè! Così la smettete di chiedermi quando vi invio la prossima mail. Avevo pensato di fregarvi mandandovi delle email bianche, giusto per essere in tema col clima politico italiano, ma poi non volevo che facessero un film su di me, quindi ho evitato.
Non esiste niente di più americano di Thanksgiving: il giorno del ringraziamento. Quindi, per viverlo con il vero spirito statunitense, ho deciso di accettare l'invito di un professore del Dickinson a spenderlo con la sua famiglia, a Philadelphia. Lui gentilissimo, la famiglia altrettanto. Hanno vissuto in Europa per un po', quindi me li immagino molto europei, in realtà a parte dire “à la table” quando è pronta la pappa e “salade” invece di “salad” sono americani fino alla punta dei calzini; il che, ovviamente, non è necessariamente negativo. Comunque il soggiorno comincia con metà famiglia che suona davanti al camino (a gas, si accende e spegne con una manopola – tristezza universale). Poi si mangia. E qui si vede l'influenza europea, perché la pasta con gamberetti, pomodorini e fagiolini è proprio magica. Dopo cena dritto a nanna e scopro che la mia camera è stata copiata da quella di Heidi. Noto che ad ogni angolo della casa trovo una Bibbia e scopro che il professore non insegna solo teologia, ma è anche un pastore presbiteriano. Sti cazzi. Io sinceramente non so neanche precisamente quale sia la differenza tra un cattolico e un presbiteriano, spero solo di non dovermi sottomettere a torture troppo gravi. E il bello è che quando la moglie a cena mi aveva chiesto se ero cattolico (insieme a diciottomilasettecentocinquantaquattrovirgolanove altre domande), le avevo risposto di sì solo per farla felice. Comincio a temere per una vendetta protestante e chiudo bene la porta della camera che non si sa mai. La mattina dopo mi portano al centro commerciale. E io non voglio crederci perché sarebbe troppo stereotipo americano e invece no, è vero. Ore a girare nel nulla, insieme a teenager annoiati e I-Pod-ati, che si incontrano senza neanche parlarsi perché stanno ascoltando musica per i cazzi loro. Geniale. Poi spero che non succeda, e invece c'è anche lui. Babbo Natale. Sotto l'albero, nel bel mezzo del centro commerciale, con i bambini che si siedono sulle sue gambe e si fanno fare la foto mentre gli chiedono un pony. Che poi non so cosa ci sia di sbagliato con gli americani e i pony, ma oggi mi sono vestito da Babbo Natale (o meglio da Nikolaus) per il club tedesco e i cinni mi hanno chiesto solo dei pony.. magari dovremmo pensare a mandare un po' di pony in regalo agli americanozzi, così stanno un po' più quiet e non scassano più in medio-oriente. Dopo un caffè Starbucks (eh sì, ormai sono un po' americano anch'io), si torna a casa e la sera mi portano in un ristorante italiano gestito da albanesi, che ovviamente mi amano (noi italiani dovremmo andare più spesso in Albania) e quindi ci offrono la cena, che tra l'altro era anche molto buona.
Il giorno dopo è Thanksgiving: mi sveglio e la mamma mi chiede di aiutarla a cucinare e scopro che si va a casa di amici loro (uno dei quali è il direttore delle scuole pubbliche di Philadelphia), ma cuciniamo tutto noi, a parte il tacchino. Quindi mi metto al lavoro e preparo lo stuffing, ovvero il ripieno del tacchino che però, per qualche inspiegabile ragione, non mettono dentro il tacchino, ma di fianco (e allora che cazzo di ripieno è? Vabbè... “so' bono de core”, quindi non gli dico niente). È una specie di vaso di Pandora: contiene più o meno tutti i mali del mondo, partendo da milletrecentonovantasei spezie e continuando con burro, pane da toast, burro, cipolla, burro sedano e... ho già detto burro? Va bè, c'era anche il burro. Molto burro. Pure troppo.
Le mashed potatoes (er purè, per no' artri) le fa lei, mentre io mi sbizzarrisco nella Apple pie ('a torta de meleeee), che riempo di cannella, visto che mi fanno schifo sia la Apple pie sia la cannella. Poi mi fa fare una roba orribile con il mais. Praticamente un teglione fatto di strati di mais, formaggio (sempre quello gusto numero 1 approvato con qualche legge federale il giorno dell'indipendenza), zucchero (ma perché?) e altra roba di cui non colgo bene la consistenza. Ovviamente il tutto ben corredato da pezzi di burro messi a caso un po' ovunque, giusto per divertimento. Per fortuna lei pensa anche alle sweet potatoes, una roba disgustosa chiamata patata dolce, che però in realtà non è una patata. Un po' come se noi chiamassimo carote dolci le melanzane... Perché?
Ad ogni modo si parte per la casa degli amici, molto carini e simpatici.
Dopo pochi minuti di convenevoli fintissimi (metà giornata a casa si era passata a prenderli per il culo e altra metà dopo a fare altrettanto) e gamberetti con birra indecente, si arriva finalmente al protagonista della giornata: il tacchinozzo. Prima però Dean, padre della padrona di casa, fa una preghiera, dicendo grazie sopratutto ai soldati americani che combattono ogni giorno per la libertà nel mondo. Si vede che non aveva voglia di dire grazie a molte persone...
Comunque mi riempio il piatto di tutto quello che c'è, a parte sweet potatoes e cranberry sauce (salsa di mirtillo rosso.. se avete il coraggio di metterla sul tacchino, siete americani almeno al 70%). Il piatto sembra favoloso, ma poi penso un solo secondo alle cene fatte a casa mia, o alle feste coi nonni, o anche a qualsiasi altra normalissima cena a Bologna o a Fiorano. E mi viene un po' di tristezza, Perché la loro cena migliore dell'anno non vale proprio un pistacchio in confronto alle nostre più schifide.
Per annegare la mancanza della lasagna, comincio a parlare col vecchio Dean. Una faccia da cowboy sempliciotto ubriacone buono a nulla ma simpatico almeno tre volte tutti quelli che lo circondano e tra un gravy (l'unica cosa che può dare un gusto ai tacchini americani, enormi ed insapori) e un po' di insalata, cominciamo a scambiare parole a caso in più o meno cinque lingue, olandese incluso. Scopro che durante la guerra fredda ha lavorato in Russia, dove sorvegliava per il dipartimento di stato le traduzioni di libri americani sulla democrazia, che la CIA voleva diffondere nell'Unione sovietica. Mica cotiche. Poi tra una minchiata e un pezzo di tacchino salta fuori che nel 2002 gli hanno dato il premio “JFK Profiles in Courage”, un premio che danno tutti gli anni in onore di Kennedy a chi dimostra coraggio nell'aiutare il mondo a essere un posto migliore. Solo che quell'anno l'hanno dato a pari merito: lui e Kofi Annan. Mica male come carriera per un sempliciotto d'un cowboy ubriacone. Forse ogni tanto non sono proprio bravo a capire le persone. Scheissegal (macchisefrega).
Dopo un po' si passa ai dolci. Pumpkin' pie (anche qua, nonostante il nome, pare non ci sia traccia di zucca), apple pie, fudge (budino schifidoso) e gelato nel bidone da venti chili che si vede in “Una mamma per amica”. Un po' di tiramisù no, eh? Si riparte verso casa, con gli stomaci piuttosto pieni e... che si fa? Io e il papà ci sdraiamo sul divano di pelle a ventotto posti e guardiamo la classica partita di football del giorno del ringraziamento. Magia pura.
Il giorno dopo vado in giro per Philadelphia, una città veramente molto carina, a parte il fatto che nel monumento a Cristoforo Colombo c'è la bandiera spagnola. Poi finalmente scopro il vero motivo per cui sono venuto negli States: Philadelphia, scalinata, film. Dice niente? Bè a me sì, prendo e parto a correre sugli scalini che portano al Museo d'Arte, come un altro italiano prima di me. Un certo Rocky Balboa. E urlerei anche Adriana, se non fosse che mi guardano tutti e che a me Adriana non piaceva neanche.
Poi è ora di andare, perché sta per avverarsi il mio sogno da dieci anni a questa parte: l'NBA. Volo al Wachovia Center dove incontro Thetje, il mio amicone tedesco e altri due olandesi che studiano con noi, per vedere una partita di basket, e mica una qualsiasi: Philadelphia 76ers contro Chicago Bulls. Storia pura. Entro con un cappellino dei Sixers e la maglietta di Jordan, giusto per evitare di farmi pestare da chiunque. Spendo l'ira di dio per una cena composta da hot dog, patatine fritte e birra. Birra per la quale tra l'altro ho dovuto lottare non poco.
Traduzione della scena:
Io me medesimo: Un Hot dog lungo un piede, due patatine fritte grandi e una birra. Grazie.
Barista idiota: Carta d'identità (siccome non si può bere sotto i ventuno te la chiedono ovunque, ma di solito sono un po' più carini e ci mettono un please...)
Io: Certo. Ecco (sfoderando la mia magica carta d'identità italiana che tutti prendono per il culo perché è di carta e non di plastica come ovunque).
Barista idiota: Falsa, niente birra
Io: Eh?
Barista idiota: Falsa
Io: Cosa?
Barista idiota: La carta d'identità è falsa
Io: Potrebbe dirmi perché, giusto per curiosità?
Barista idiota: Non esiste il mese 15
Io: Eh?
Barista idiota: Non esiste il mese 15. Qui dice che sei nato il 15/04/1984, quindi il quarto giorno del quindicesimo mese e non esiste nessun quindicesimo mese (negli States la data si scrive al contrario, mese/giorno/anno).
Io: Veramente essendo europei scriviamo al contrario (non ci provo neanche a fargli capire che sono loro che non ce la cavano e cambiano tutti gli standard mondiali un po' come cazzo gli pare, giusto per fare i fighi). Prima il giorno e poi il mese.
Barista idiota: Ah.
Io: Ma poi scusi, va bene essere idioti, ma secondo te io mi sbatto per fare una carta d'identità falsa e poi ci metto un mese che non esiste?
Barista idiota: Shit happens. (Letteralmente “La merda capita”, un po' meno letteralmente “cazzo ci posso fare io se tu sei coglione”)
Io: (in italiano) Già. Giusto così. Scemo io. Thanks!
E me ne vado con la birra a vedere lo show che comincia. Scopro che Iverson torna da due settimane di infortunio, solo per me. E solo per me piazza 46 punti (46, 4-6) e 10 assist, facendo i Bulls a polpette, con un finale di 123 a 108. Una roba da brividi. Mai visto nessuno fare roba del genere su un campo da basket; lui, la palla e il canestro sono una cosa sola, tre gemelli siamesi divisi da bambini e che si rincontrano spesso. Poi ovviamente il divertimento più grande sono gli intervalli, con gente che fa di tutto per farsi inquadrare e la mascotte che lancia regali a caso (ma stavolta sono un po' troppo lontano per prenderli). Comunque esco ancora stordito e vado fuori con i ragazzi. Passiamo circa ventotto minuti in una delle discoteche più tristi mai viste, a quanto pare la migliore di Philadelphia, divisa tra una sala hip-hop, piena di rappettoni neri, con collanone d'oro e cappellino degli yankees ed una sala disco, in cui ho sentito la più orrenda versione mai prodotta di Sweet Dreams. Tra una cosa e l'altra, sopratutto Cheese Steak e birra, si fa tardi. Torno a casa, lavoro un po' a una ricerca sugli italo-americani e quando vado a letto sono ormai le 4 e mezza. Il giorno dopo, alle 8, mi vengono a svegliare. Il Professor bussa alla stanza.
Giuseppe: (sbiascicando suoni impercettibili in italiano) non c'è nussen boun mitovo per ciu tu passo sviglarime a qeust'aro.
Professor: Giuseppe svegliati, andiamo a messa.
Giuseppe: ahahahahahahahahahah!
Professor: No, Giuseppe, andiamo veramente a messa.
Giuseppe: ...
Che poi la messa non era un gran problema. Mi ha dato qualche problemino in più la geniale idea presbiteriana della “Scuola della Domenica”, ovvero una serie di lezioni sulla Bibbia a cui assistere prima della messa stessa. Perché assistere a una messa in cui tre pastori in giacca e cravatta parlano di Dio con discorsi imparati ai corsi per vendere le aspiravolveri della Folletto può essere anche quasi interessante, un'ora e mezza di lezione sul rapporto tra l'archeologia e la Bibbia, devo dire che sono proprio un bel gatto attaccato agli zebedei, che penzola allegramente e che non dimostra altro che la voglia di affilarsi le unghie.
Le foto stavolta sono tante, e poi già che ci sono vi mando anche un video, anzi due, che potete trovare su youtube. Il primo sono io che mi rendo ridicolo sugli scalini di Rocky; il link è: http://www.youtube.com/watch?v=faPer8ztNx4
Il secondo è un regalo: il mitico Razvan, il “Mago dell'Est” della squadra di calcio, che ha deciso di volersi violentemente male, bevendo un caffè al quale io e Thetje avevamo gentilmente aggiunto i seguenti ingredienti: Tabasco, Salsa di soia, latte, pane, M&M's, insalata, spaghetti, patate, zucchero, arancia e pesce. Lui l'ha definito una “antica ricetta rumena agrodolce”, che non è neanche tanto cattiva e che soprattutto fa bene ai muscoli. E noi ci lamentiamo della rumena che canta “Dragostea Din Tei”.
Eccove er cullegamentu: http://www.youtube.com/watch?v=S8YD451dVqo

martedì 28 novembre 2006

Cominciamo..

Finalmente apre questo blog che avrebbe dovuto aprire più di tre mesi fa quando sono arrivato in America.. quindi comincio col postare tutto quello che ho inviato negli ultimi tre mesi..
Enjoy!
Giuseppe

Sorry, America

L'America ha votato per le elezioni di metà mandato, dando la maggioranza ai Democratici, oppositori dei repubblicani del presidente George Walker Bush junior (o se preferite Giorgio Camminatore Cespuglio piccolo), che il giorno dopo ha “dimesso” il suo segretario della difesa, lasciandosi scappare la geniale frase “È stata una sua scelta, era d'accordo anche lui”, che fa capire quanto Giorgino fosse disperato. La notizia è arrivata a mezzogiorno ed il tavolo europeo nella mensa del College ha fatto un inevitabile salto di gioia. Una ragazza americana dietro di me ci guarda e mi chiede “Who should that guy be?”, qualcosa del tipo “e sto qua da 'ndo salta fuori?”. Notando che eravamo gli unici a capire cosa stesse succedendo, quel giorno in classe chiedo a tutti i miei studenti chi ha votato e scopro che lo hanno fatto in tre su circa quaranta e almeno una decina mi rispondono “Per cosa?”. In totale, nella “più grande democrazia del mondo” (quante volte abbiamo sentito questa definizione per gli States?) hanno votato il 39,3% degli aventi diritto e solo il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Votano così poche persone, che in Arizona, proprio durante queste elezioni, hanno indetto anche un referendum per istituire una lotteria a cui partecipa chiunque va a votare, con un primo premio di un milione di dollari. Praticamente una democrazia alla slot machine. Alle ultime elezioni in Italia i votanti hanno raggiunto la cifra quasi record di 83,5%, ovvero più del doppio. Il fatto è che qui si era troppo impegnati a trovare il tacchino più grande possibile per il giorno del ringraziamento. Poi una volta mangiato quello, si pianta l'albero di Natale (rigorosamente finto ed enorme) e via che si va. Sorry, America, ma per una volta non vinciamo solo quando giocando a calcio: Democrazia degli spaghetti 2 – Democrazia del tacchino 1.

Baci, abbracci e pan di stelle.
Giuseppe

P.S: A proposito di politica.. è un peccato molto grave ridere e trovare un certo grado di serenità interiore guardando il video di qualcuno che ha un malore?

giovedì 16 novembre 2006

Italiano per principianti: dai Modena a Dante

Oggi ho fatto lezione sul fascismo e sulla resistenza insieme al professor Pagano, l'unico italiano con cui lavoro, che mi aveva chiesto di portare una canzone della resistenza ed una fascista. Ovviamente delle prime sono pieno, delle seconde.. non solo non ne ho, ma non ci tengo neanche ad averne. Allora ci ho pensato un attimo, poi mi sono reso conto che effettivamente era giusto far sentire anche una canzone fascista (e che sono tanto ridicole che di sicuro non ci avrebbero fatto bella figura), quindi trovo una serie di "eia eia alalà" e "me ne frego" su youtube e mi preparo ad aprirli in classe. Una volta lì decidiamo di far ascoltare prima "Bella ciao", ovviamente nella versione dei nostri cari Modena City Ramblers.
Appena finita (e cantata insieme agli americani), il mitico Pagano mi guarda e mi fa: "mi sa che della canzone fascista facciamo anche a meno". Io: "Ce ne freghiamo?". Lui:"Ma sì! Che ce frega! Lasciamo che si facciano un pò di domande sulla libertà loro".
Momenti mica da poco quelli di solidarietà antifascista a sessant'anni e un continente di distanza :)

Poi, un giorno, ti tocca fare lezione su Dante.
E ne avresti di cose da dire su quel toscanaccio del Durante. E vorresti dirgli di quanti stanno dietro e davanti a lui, di quanti l'hanno creato e di quanto ti dia fastidio che sia considerato il poeta unico, immortale, non primus inter pares ma sovrano assoluto, oscurando poeti enormi.
Vorresti fargli capire, una volta per tutte, che la lingua italiana ha due padri: Petrarca e Boccaccio, grazie a quel pretaccio di Bembo e se Dante ha un ruolo, è quello del nonno che racconta le storie ai nipotini, che poi un giorno sono cresciuti e scrivendo hanno creato la lingua più bella del mondo. Vorresti fargli leggere l'Inferno tutto d'un fiato, diciotto minuti di viaggio dalla selva alle stelle, a fanculo le note e le parafrasi, contatto puro con la pura e semplice poesia.
Fargli vedere quanti inutili amici e nemici dobbiamo sorbirci per poi metterci a correre i 400 ostacoli negli ultimi canti, saltando sulle teste di Ugolino e qualche altro dannato d'un dannato. Vorresti andare dritto da lui e dirgli, dritto in quel nasone visto tante volte di profilo, che non ce ne fotte un cazzo di Firenze, o di chiunque l'abbia guardato male mentre sputava per terra. Perché riesce a essere universale con cinque parole e poi diventa meschino, per vendicarsi usando la letteratura, con decine di personaggi che piazza tranquillamente di fianco a Didone e Cleopatra.
Per poi arrivare, con la struttura già completamente crollata alle sue spalle, a Lucifero. L'angelo ribelle, il più bell'essere che il cielo abbia mai visto, colui che dà luce, un serafino; per Dante, un fantoccio piangente che maciulla senza voglia tre teste inutili. Fermo immobile, ridotto a un Moulinex a cui girare intorno per cadere dall'altra parte. Un insulto alla letteratura, all'umanità, alla religione stessa. Perché cosa sarebbe Dio senza Satana, se non un dittatore? Senza lotta tra bene e male, come possono gli stessi concetti di bene e male esistere?
Vorresti andare lì a Ravenna, tirare due botte sulla lapide e risvegliare Dante, una volta per tutte, per insultarlo a morte. Come si può fare solo con chi si ama e ti uccide, perché non riesci a smettere di amarlo neanche se ti delude, neanche se ti strappa il cuore a morsi.
Vorresti chiedergli di scusarsi per avere ucciso Ulisse e gridargli che quella voglia di canoscenza era la dimostrazione di una fede tremenda, che va ben oltre la fede della cieca obbedienza a qualcuno che, per ora, deve ancora dare chiari segni di esistenza. Vorresti obbligarlo a chiedere scusa per essersi reso divino, ancora prima di diventare beato, quando il concetto di “Santo subito” ancora non esisteva e lui non si dava neanche la pena di morire per diventarlo.
Perché il suo nome è più grande di quanto Dante sia mai stato. Centocinquanta anni di storia nazionale a portarlo dove volevamo, per trovare un poeta che fosse nostro, che ci desse uno straccio di identità nel suo mettere la patria davanti all'amore d'un padre; tragico errore. Secoli passati a commentarlo e sottotitolarlo, dimenticando che la poesia che deve essere spiegata, ha già fallito. Cosa che Dante non ha mai imparato. Perché la Vita Nuova contiene tante perle del genio umano, quanti stupri. E sono frutto della stessa mano. Perché a chi ha scritto “Ne li occhi porta la mia donna Amore”, dovrebbe essere vietato per legge di spiegarne il significato, il contesto o l'ora in cui l'ha scritto. Prosa meta-poetica? Minchiate. Un poeta che scrive prosa sulla propria poesia non è poeta o è un esaltato.
E lui, proprio perché così grande, ha fallito, perché non è immenso. Da lui ci si aspetta ciò che gli angeli sanno dare, ma si è fermato a un solo passo da loro. E solo un esaltato può dichiararsi messaggero di Dio e stringere la mano da pari ad Omero; lui sì divino, fino al punto di non esistere. Vorresti dirgli tutto questo, magari accompagnato da un bel “Ma vaffanculo, Dante, tu, la tua Commedia e tutto il tempo che ho passato a leggerla”. E glielo diresti perché ti fa male sapere che è finita, per sempre e che non la cambierà mai, che non la renderà mai quell'opera perfetta che avrebbe potuto essere, se solo avesse avuto quel briciolo di rispetto in più per la poesia, quella donna che conosceva come forse nessun altro, ma di cui spesso e volentieri abusava.
Poi ci pensi un attimo e ti rendi conto che il poeta nazionale americano è un certo Walt Whitman (“Foglie d'erba”, “Capitano, mio capitano” e quelle stronzate lì) e che il loro più grande narratore è probabilmente quel mezzo inglese, mezzo pedofilo di Henry James. Allora entri in classe, guardi le loro facce, guardi la lavagna e scrivi una formula matematica, che si traduce così: Dante sta alla letteratura, come Dio sta al mondo. Poi ci pensi ancora e pensi che forse dovresti cancellare qualcosa.
Lasci solo due parole e un segno: Dante = Dio. Sottotitolo nella tua mente: Creando, si sbaglia.
Giuseppe

sabato 21 ottobre 2006

Mezze verità

Il 2 Ottobre scorso un uomo che guidava il camioncino del latte (quello che c'è in tutti i film) entra nella scuola Amish di Nickel Mines, Pennsylvania, spara, uccide cinque bambine e poi si suicida. A cento chilometri di distanza dalla tragedia, qualche giorno dopo ho partecipato ad un dibattito politico per le elezioni che si terranno fra poco, per eleggere i membri del senato americano. Vengo invaso dai gadget, dagli slogan e dai palloncini coi colori della bandiera americana, che volano ovunque. Tutti intorno a me sono spillati con il nome del candidato preferito e hanno il sorriso stampato, poi finalmente parte il dibattito tra un democratico e un repubblicano. Per circa un'oretta si cincischia a centrocampo, come direbbe il caro Pizzul. Dopo una decina di “L'educazione è importante” e “Il terrorismo è un problema”, rimpiangi di non sapere se anche negli Stati Uniti dicono che “Non ci sono più le mezze stagioni”, perché potrebbe essere un argomento piuttosto interessante. Poi finalmente arriva il tempo delle domande del pubblico e ti azzardi a scrivere: “Non credete che le norme sulle armi siano troppo leggere?”. Ti accorgi che la differenza fondamentale tra un repubblicano e un democratico è che il primo ti risponde solo “No”, l'altro ti dice che è colpa della televisione e della musica metal. Rifletti un attimo e ti ricordi che nei supermercati qua non puoi comprare alcol, ma puoi comprare pistole, fucili e proiettili. Che un ventenne non può bere birra, ma ha il diritto di possedere una pistola già da due anni, senza nessun porto d'armi. Perché la legge dice che “devi avere diciotto anni per comprare pistole e fucili o munizioni” e che “la patente di guida è la più accettata forma di identificazione”. E pensi che sì, deve proprio essere colpa della televisione e del metal. E magari è anche un po' colpa delle mezze stagioni che non ci sono più.

lunedì 2 ottobre 2006

Going nuts for the Nats

Passiamo ora al baseball, lo sport numero uno degli americani, quello che neanche se la moglie stesse partorendo otto gemelli, smetterebbero di guardare una partita in televisione. Quello che supera anche il basket e il football americano, che per noi rimangono l'immagine degli States e che qui sarebbero pronti a fare a pezzetti per salvare il baseball. Il Dickinson College è stato così carino da organizzarci un viaggetto a Washington per vedere i New York Mets contro i Washington Nationals, nell'ultima partita della stagione regolare: il tutto, biglietto e viaggio compreso per 15 dollari, ovvero meno del costo del biglietto d'ingresso di 25. Si parte presto, alle 9.30 dal parcheggio del'Auditorio, il che vuol dire niente colazione perché qua la domenica aprono tardi. Si spera, vivamente, in una pausa all'autogrill, sperando che esista o che quantomeno abbiano inventato un succedaneo e che la forza del gruppo europeo imponga il volere del popolo. La simpatica faccia da giapponesina all'ingresso dell'autobus ci rende subito chiaro che la democrazia è qualcosa di ben lontano, quando ci cagna da matti perché sono già le 9.31. Mi metto a riderle in faccia, perché ovviamente penso che stia scherzando. Lei non ride e capisco di aver fatto la solita figura di merda, ma va bè. Razvan, il mago dell'Est non si vede, mentre Vincent ha già fatto sapere che si vedrà la partita comodamente da casa, perché il letto lo attrae più dello stadio. Alle 9.33 la giapponesina ci comunica che da al “nostro amico che ci sta facendo perdere tempo” altri due minuti altrimenti “he's out”, con un gesto che lascia poco all'immaginazione e che sarebbe piaciuto a Robespierre: decapitazione immediata.
Chiamiamo Vincent, compagno di stanza di Razvan, per chiedergli dove cavolo è finito. Il sellerone risponde smadonnando in olandese (e vi assicuro che non c'è niente di più divertente) e ci dice che è partito da almeno venti minuti. Adesso; botolotto per botolotto, tutto il campus si attravrsa in quindici e considerato che Razvan abita a tre minuti di lumaca dal parcheggio ci sentiamo tranquilli di assicurare la giapponesina faccia da schiaffi che il nostro amico sarà “in”.
Dopo cinque minuti questa vuole uccidere anche noi e quindi le diamo il permesso di partire, che la prossima volta Razvan chiamerà un'ambulanza se non riesce a camminare decentemente. Ovviamente, due minuti dopo essere partiti scopriamo che ci stava aspettando dall'altra parte dell'Auditorio. Detta così, non sembra neanche strana. Peccato che l'Auditorio abbia due facciate: una è un'isola pedonale, l'altra un parcheggio. Non dovrebbe essere molto difficile intuire dove potrebbe fermarsi un autobus, ma va bè. Dopo un viaggio da paura, con un autista che poteva essere stato raccattato dalla strada qualche secondo prima della partenza per come guidava bene, arriviamo al RFK Stadium. Tra un sonno e l'altro avevamo deciso per chi tifare. Parliamo di ideali e morale sportiva: non ci interessa vincere, l'importante è difendere i propri colori, in questo stadio di questa città splendida che ci ha accolto settimana scorsa. Washington senza dubbio! Thetje apre un giornale e ci dice che i Mets sono primi in classifica e i Washington non vanno neanche ai playoff. Riparliamo di ideali e morale e decidiamo che alla fine avevamo sempre pensato di tifare per i Mets. New York! New York. Entriamo e ci regalano subito una maglietta dei Washington Nationals. Siccome non siamo materiali e non ci importa di queste cose, cambiamo idea un'altra volta e ci vendiamo definitivamente ai Nationals.
Giretto per gli stand per scovare cibo, visto che la prigione giapponese non ha previsto soste all'autogrill (più precisamente, quando le ho chiesto di fermarsi mi ha risposto “Non siamo ancora arrivati. Scendi quando ci fermiamo e decido io quando ci fermiamo”). Ci buttiamo sul primo hot dog e constatiamo la modicità dei prezzi: circa il triplo che in qualsiasi altro posto, roba da 8-9 euro a birra (considerando che qua ti vendono 2 litri per 5 dollari..). Molto più economici, visto che sta per finire la stagione, i souvenir. Compro un cappellino originale Nike, veramente fighetto per meno di 10 euro e soprattutto... per tre dollari tre mi aggiudico lei: il sogno di chiunque abbia mai visto una partita di baseball in un film americano: la manona gigante con il dito puntato in alto, che non vuol dire assolutamente gninta e che non si capisce che senso abbia, ma è troppo figa per non comprarla. Entriamo nello stadio e, neanche a farlo apposta, ta-ra-ta-ta-tatta-ta-ta! Il Jingle! Come in tutti i film! Quelle musichettine ignobili che si vedono solo negli sport americani. Fantastico. Ci sediamo e aspettiamo l'inizio della partita, mentre cerco di istruire i miei compagni con quelle basi di baseball che ho avuto giocando un anno alla scuola media.
Dopo l'inno nazionale, ci becchiamo mezz'ora di discorso di Frank Robinson, allenatore dei Nationals (affettuosamente Nats), che dopo 51 anni di baseball professionistico ha deciso di abbandonare. Ora, Frank, io non è che ti voglia male. Ma mi dici perché dopo 51 anni devi decidere di abbandonare proprio l'unico giorno della mia vita che passerò in un campo da baseball? E comunque, 51 anni da giocatore o allenatore, non vuol dire che adesso devi parlarne altri 51.
A un certo punto, come dicono qui “out of the blue”, senza un fischio né niente la gente comincia a giocare. Così, dal nulla. Prima si stavano allenando poi all'improvvisamente facevano sul serio. Mi dite come cavolo si fa a tifare per uno sport in cui non c'è neanche il fischio finale? Va bè.
Il primo inning passa senza neanche una base conquistata per nessuna delle due squadre, ovvero palla mostruosa. Nel secondo i Nats ne prendono 6, il che ci fa pensare che ci siamo venduti alla sconfitta certa per troppo poco. I tre inning successivi, senza alcun punto ci fanno capire il perché della moda del “beer lot” tra gli americani. Come ci avevano detto alcuni americani prima di partire, infatti, la maggior parte della gente si porta litri e litri di birra che si sbevazza nel parcheggio prima di entrare (per evitare di pagarla l'infinito dentro), così poi il gioco sembra più divertente. Di sicuro più di quanto lo è per noi, perché dopo venti minuti eravamo veramente tentati dalla canna del gas. Anche perché i posti che ci hanno dato secondo me non li avrebbero venduti neanche per mezzo dollaro a qualcun altro. Siamo praticamente in piccionaia, coperti dal mondo e senza possibilità di beccare le palle volanti.
Perché poi dopo un po' ti rendi conto che quello è il vero divertimento. Cercare di prendere la palla quando la colpiscono verso il pubblico. Infatti a nessuno gliene sbatte niente, si alzano ogni quattro secondi per andare a prendere da bere o da mangiare. Le uniche cose importanti sono le pause tra un inning e l'altro, dove si canta e si balla nella peggiore tradizione dei balli di gruppo, ma da seduti...
Io e Thetje ci sganciamo un attimo dal gruppo per andare a fare qualche foto e ci sediamo su un gradino un po' più in basso da noi. Arriva il responsabile che ci dice che non possiamo stare lì e ci dice di seguirlo. Terrore. Totale. Qui ogni volta che qualcuno in divisa ti si avvicina non sai veramente cosa pensare. Sembra una stupidata detta così, ma è verissimo. Ti guardano sempre come se fossi un criminale, finché non riesci a provare il contrario. Lo seguiamo (non che avessimo molta scelta) e dove ci porta? In prima fila. Esattamente dietro alla panchina dei nostri Nats, che possiamo toccare tranquillamente. Il Bat Boy, una specie di raccattapalle che siede con gli altri della squadra, ci saluta. Siamo a mezzo metro dal campo e il tipo ci fa “State pur qua quanto volete”. Perché? Non ne ho la più pallida idea e il terrore per la possibile punizione che pare essersi trasformata in premio non è ancora sparito, ma ci resto.
Vediamo tutto come se fossimo in campo e finalmente siamo in un'area in cui potrebbero volare le palle (detta così è brutta, ma giuro che mi riferisco a quelle del gioco). Chiamo Frank, l'allenatore più logorroico della storia del baseball, lui si gira e... mi lancia una palla. Il sogno che diventa realtà. Dopo questo potrei chiedere la cittadinanza americana onoraria (ma chi la vuole?). Lancio perfetto di Frank Robinson per Giuseppe Sofo che riceve, senza guanto ma con classe. Da qui in poi è delirio totale. Divento il fan più sfegatato dei Nats e salto sulla sedia per il nostro primo punto (e quasi ultimo) punto, tirando tutti i cancheri possibili immaginabili ai nuovayorchesi. Goduria pura; tenere una squadra di cui non te ne frega niente e che sta perdendo, ma che in uno stadio del genere ti fa venir voglia di scendere in campo a lottare con loro. Alla fine di ogni inning arriva qualcuno che lancia magliette e altre cavolatine, con i bambini che si ammazzano per farsi dare una palla. Faccio amicizia con Jeff, uno scugnizzetto 13enne tifosissimo dei Nats, tutto pitturato di rosso e blu con il nome di Frank ovunque. Mi racconta la storia della squadra e di sto minchia di Frank che finalmente scopro essere solo uno dei personaggi più importanti del baseball odierno. Due volte MVP, Hall of Fame da 25 anni, campione di due leghe diverse, 17 volte all-star e primo nero ad allenare una squadra di baseball professionistica. Mica cotiche Franchettino caro. E quindi comincio ad urlare che lo amo (in realtà solo e spudoratamente perché mi ha regalato la palla, che tra l'altro fra un po' potrebbe anche valere abbastanza). La partita va avanti così, con i Nats che segnano un altro punto nell'ultimo inning e portano a casa una bella figurina del cavolino, un 6-2 che sfiorerebbe il cappotto a ping pong. Il momento clou è un militarozzo tutto rasato che canta “God bless America” in piedi sulla panchina, neanche fosse una cubista e appena finisce, partono razzi ovunque: ho il video, ve lo farò vedere.
Ma qui, con la fine della partita, comincia la seconda parte del delirio: i giocatori cominciano a lanciare di tutto e io lotto alla morte con i cinni e una cicciona americana cresciuta a fast food e cipolle per aggiudicarmi qualcosa. Alla fine sono l'unico degli europei a portare a casa qualcosa di concreto; oltre alla palla, riesco ad afferrare un magnifico elmetto usato in gara, in un corpo a corpo con un tredicenne che credo abbia superato tutti i limiti del fair play; dalle spinte (date) ai morsi sulle mani (ricevuti). Poi mi arriva anche un cappellino, lanciato uno dei giocatori e mi rendo conto che Thetje, da bravo teutonico, non riuscirebbe mai a pestare un cinnetto solo per un souvenir (cosa che io farei anche senza il privilegio del souvenir), quindi da bravo fratellino, gli regalo il cappellino. Giusto in tempo per entrare nel pullman e farmi cagnare dalla Yakuza per otto minuti otto di ritardo. Ma chi se ne frega, tanto io ho la manona nella mano destra, il cappello e l'elmetto in testa (che sembro un cartone animato) e la palla, sporca d'erba, stretta nella sinistra.
Risultato: col baseball ci devi proprio crescere, perché sono diventa piuttosto difficile spiegare perché dovresti stare quattro ore (tanto è durata la nostra partita) seduto a guardare uno spettacolo noioso come pochi, per eccitarti una media di diciotto secondi ogni inning. Se poi col baseball ci nasci americano, che non devi neanche spiegare perché ti piace il baseball e ti basta dire “è tradizione” (nessuno è mai riuscito a dirci che è un bel gioco, neanche sforzandosi), allora è meglio. Molto meglio.

Kicking asses

Oggi si parla di sport. Cominciamo con uno sport decisamente americano, nato e cresciuto qui e che da queste parti giocano benissimo: il calcio. Inutile dire che il 90% di loro non sa neanche cosa sia e che quando si cerca di spiegargli la differenza tra “soccer” e “football” hanno qualche serio problema di comprendonio. Comunque, io e gli altri ragazzini del gruppo internazionale decidiamo di formare una squadretta per partecipare al torneo di calcetto del Dickinson, sotto il nome più che indicativo di “Ultras”. Per fare i fighi ci compriamo anche le magliettine uguali, verdi con una stella bianca al centro. Troppo fighe, sopratutto per costare neanche 5 euro. Siamo in undici, anche se si gioca in cinque; oltre a me, in campo:
Artemik, Ucraina, tifoso sfegatato del Milan, “il capitano”;
Vincent, Olanda, sellerone alla Van Nistelrooy, “la stella”;
Razvan, Romania, fantasista un po' botolotto, alla Hagi da vecchio, “il mago dell'est”;
Thetje, Germania (sì, è il suo nome vero), l'ala destra della Berlino Est, “la bomba tedesca”;
Jens, Germania, uno stoccafisso, alto e robusto, “il carro armato tedesco”;
Javier, Uruguay, una buona ala col tiro sudamericano, “il fluidificante”;
Zitiz, Bangladesh?, (o come cactus si scrive, non l'ho ancora capito), un portieraccio da incubo, “Van Der Saar”;
Adnan, Pakistan?, tanto cuore e tanto fegato per correre, “il martire”;
Aniket, India, l'unica cosa di positivo è che ha due piedi, per il resto è un disastro, “lo sciagurato”;
Alejo, Argentina, fighetto da brodo da passerella milanese, “colui che segna solo ed esclusivamente senza volere”.
E il bello è, che tra questi, sono anche tra i migliori (il che vi fa capire il livello della squadra), quindi parto tra i titolari. Il capitano, Arty, che ci tiene a fare un po' er figo ci dispone a rombo (grazie al pisellus, siamo in 4, non è che possiamo disporci a triangolo..), perché dice che così imitiamo il Milan di Pirlo e Kakà: mah. Si parte così: Zitiz in porta, Adnan in difesa, Arty sulla sinistra, io sulla destra e Vincent punta. Palla nostra. Dopo un minuto sono morto, perché son due mesi che non ci si muove, ma al secondo minuto comincio a giochicchiare. Ci rendiamo conto di trovarci di fronte a americanotti che il calcio lo hanno visto solo per sbaglio e quindi comincia lo showtime. Colpi di tacco, palle tra le gambe, cross millimetrici e dribbling da 90° minuto. Dopo dieci minuti (sui 20 del primo tempo) ancora niente, quindi decidiamo di cambiare tattica: si prende palla e si tira. Adnan a Razvan, che ha sostituito Arty. L'Hagi dei poveri mi pesca libero sulla fascia destra, crosso rasoterra per l'olandese volante che tocca, deviazione del portiere, angolo. Adnan batte, Razvan fa un velo (o meglio la cicca), io – senza guardare la porta, provo un tacco nell'angolino opposto e va! 1 a 0 per gli internationals e segno il primo gol della storia della squadra. Applausi e fischi dalle tribune e mi sento troppo figo, peggio di un bambino.
Si riparte. Stessa situazione. Cercano di arrivare in porta, ma li trattiamo come fossero i sette nani e ci burliamo di loro. Razvan prende palla e serve Adnan sulla destra. Adnan corre poi rimette al centro, Razvan al volo di tacco verso la sinistra a pescare Vincent che di tacco la rimette al centro per me, spalle alla porta alla Gilardino. Mi giro in scivolata e va! Un goal veramente magico, da cineteca (anche perché chi cazzo ce la fa a risegnarlo?). 2 a 0 e son sempre più fico che mai (avete presente la scena di Aldo, Giovanni e Giacomo in cui Giovanni batte il bambino e fa le capriole? Uguale!). Dopodichè... i cinni si incazzano. Evidentemente capiscono che li stiamo un pochettino prendendo per i fondelli (forse anche perché ogni volta che toccano palla vicino a me gli dico roba del tipo “but where the fuck do you think you go? - ma n'do cazzo pensi di annà?”, in perfetto stile inglese “but speak like you eat – ma parla come magni” e gli altri si mettono a ridere a metà campo, gettandosi per terra e contorcendosi. Fatto sta che la partita si fa dura; dopo essere stato falciato un paio di volte e sbattuto letteralmente contro un muro, il portiere decide di terminare la mia esperienza su questo pianeta chiamato Terra, facendomi volare mentre stavo cercando di fargli un pallonetto magico. Risultato: mi fracasso metà ginocchio ed esco sul 2-1. Noi gli rifiliamo comunque altri sette goal – dico sette, come “bu-bu-sette-te”! che qui si dice “picka-boo”, (che secondo me non ha senso, ci credo che poi crescono male...) nonostante la Patti al liceo dicesse “bu-bu-seven-en” in uno dei più grandi lampi di genio a cui abbia mai assistito...
Risultato finale: 9-1 per gli Ultras e americani a casa, o meglio “SOTTO LA DOCCIA! SOTTO LA DOCCIA! SOTTO LA DOCCIA!” Come diceva qualcuno qualche mesetto fa a proposito di un EX campione del mondo. E poi tutti a festeggiare con litri e litri di... caffè e milk-shake. Perché ovviamente i miei compagni di squadra, tutti sotto i 21 a parte i tedeschi, non potranno toccare alcool per i prossimi tre anni della loro vita. Tristezza infinita, ma va bè: alla fine, dopo aver deriso cinque americani, anche un milk-shake alla banana dà le sue soddisfazioni.

martedì 26 settembre 2006

DC

Un giorno ti capita di finire, non sai neanche come a Washington DC, Stati Uniti d'America. Pensi che sia una città come le altre, quindi prendi le tue valigie, entri nell'ostello, lasci tutto e vai a farti un giro notturno, dopo una doverosa pausa da Mc Donald's, la prima in un mese. Sono le dieci di sera e decidi di andare al Capitol, il parlamento americano, che hai visto esplodere in Independence Day e in un'altra manciata di film. Poi da lì decidi che potresti farti una passeggiata fino al Licoln Memorial, in fondo sono solo due miglia e mezzo, che traduci subito con poco meno di un chilometro, rendendoti conto solo dopo che sono quasi quattro. Nella notte di Washington scopri che non esistono persone, se non di due tipi: poliziotti al freddo nelle macchine e senzatetto al freddo nelle strade. Nessun altro attraversa la lunghissima strada che contiene la libreria più grande del mondo, il complesso museale più grande del mondo e una decina di monumenti commemoranti qualsiasi guerra gli Stati Uniti abbiano mai combattuto, oltre – ovviamente – a centinaia di bandiere americane. Una sul Capitol, decine in giro, cinquanta sotto al Washington memorial, un obelisco immenso, completamente bianco. Altre decine di bandiere sotto il monumento alla seconda guerra mondiale, contornate da scritte del tipo “Gli americani vengono per liberare, non per conquistare”, che ti farebbero ridere ovunque, ma non lì. Poi fai qualche passo e ti trovi di fianco al Muro dedicato alle vittime del Vietnam. Un semplice muro di pietra, con 58.000 nomi. E accarezzi tutto il muro, pensando che ognuno di quei nomi aveva una storia e ti ricordi che qualcuno ti aveva detto “se non hai visto il muro di Washington non hai visto niente” e un po' ti dispiace avergli riso in faccia. Preferisci tirar dritto e far finta di niente e continuare a camminare. Arrivi al Lincoln Memorial e guardi verso il Capitol, dov'eri ormai cinque ore fa. E vedi che quell'obelisco che sembrava inutile si riflette nella “reflecting pool”. Quella in cui corrono Forrest Gump e la sua fidanzata. Ci pensi ancora un po', ti guardi sotto i piedi e quando trovi una pietra con scritto “I have a dream”, ti rendi conto che non ti sbagliavi: sei proprio nello stesso punto in cui stava Martin Luther King quando ha fatto il suo discorso. E per un secondo tutte quelle bandiere non ti disgustano più e capisci che in un posto come questo, anche le peggiori stronzate propagandistiche possono avere un senso. Forse perché è uno dei migliori posti per piangere che tu abbia mai visto. La mattina dopo decidi di fare un salto anche al pentagono. Fermano un tuo amico e lo portano in una cabina della polizia perché stava facendo una foto. Tu provi ad avvicinarti al poliziotto all'ingresso e ti rendi conto che appena passi la barriera dei dieci metri di distanza, lui tocca la pistola col palmo della mano e si alza lentamente. E il disgusto ti riporta quel piacevole distacco dall'America che ti mancava tanto dalla sera prima.

martedì 5 settembre 2006

Dining services, ovvero: la pappa

Allora... qui funziona che noi fighetti insegnanti abbiamo colazione, pranzo e cena pagati. Cosa vuol dire? Che passiamo la nostra scheda elettronica (stampata in due minuti con la mia foto fatta da loro in tempo reale, non arrivata dopo 5 mesi senza foto come a Bologna..) a due simpatiche nonnine americane di nome Betty, entriamo e possiamo prendere tutto quello che vogliamo, quante volte vogliamo.
Ma il cibo com'è? Non è che faccia schifo, bisogna solo prepararsi al fatto che il 95% dei cibi contiene zucchero aggiunto (ad esempio la pasta e ogni tipo di salsa, ma anche le patate e l'insalata). Ci sono alcuni punti fissi del menù che ci sono sempre e si possono prendere a qualsiasi pasto.
Primo: la corsia dell'insalata, con all'incirca 20 tipi di verdure, alcune delle quali variano di giorno in giorno e forniti di due condimenti digeribili da un europeo: olio e aceto balsamico di Modena (il Monari Federzoni, quindi neanche male), dopodiché hanno una roba chiamata “condimento italiano” e un'altra “italian lite” che ha un colore tra il giallo e il rosso (ma non è arancione!!! anche i colori non sono mica normali..) e altre due o tre schifezze che non ho neanche guardato. Sopra alle insalate c'è una fila di cereali, semi di girasole e roba simile addizionati di vitamine, proteine e qualsiasi altra cosa possiate immaginare, in modo che l'insalata da sola possa diventare un pasto completo (ma nessuno qui prende solo quella ovviamente..).
Un altro banco fisso è quello dei sandwiches. Si può scegliere tra quattro tipi di pane diversi (tutti formato pan carrè, ma con differenze che sinceramente mi sfuggono ancora) da farsi imbottire con affettato e formaggio. Di solito nell'affettato c'è quasi sempre una specie di carpaccio di manzo molto buono, del tacchino affumicato e del prosciutto cotto (nel senso di cotto al forno) e un paio di tipi di formaggi la cui differenza è all'incirca quella che c'è tra il galbanino e i Baby Bell, ovvero il colore. Il sapore è identico: sapore di formaggio numero 1, adottato con legge di stato nel 1783 e mai cambiato da allora. Ora, il problema non sarebbe neanche questo. Il problema è che la parola “imbottitura” qui non rende neanche l'idea di cosa ci mettano dentro. La prima volta che ho avuto l'idea di farmi fare un sandwich, tra queste due fette di pane mi hanno messo un intero manzo. Pensate all'imbottitura dei panini del Bar Bianco di Bologna, per chi lo conosce. In confronto a questi sono merendine da scolaretti. Ti mettono tanta carne che ti viene quasi il dubbio che mangiando due o tre panini di fila potresti sterminare una specie.
Passiamo agli altri cereali. Questi sono cereali “normali”, dai Kellogs Corn Flakes a della roba a forma di anello colorata in color evidenziatore. Il fatto è che ce ne sono una ventina di tipi diversi e questi qua se li mangiano a qualsiasi ora e in qualsiasi pasto.
Passiamo ai due banchi temporanei. Uno è quello della griglia, al fianco del quale c'è sempre un bidone enorme pieno di patatine (tipo Pai) per il quale da bambino avrei dato metà anima. Qui di solito grigliano carne (pollo o pollo, qualche volta pollo) o pesce (salmone, salmone o anche salmone, quando hanno voglia).
Una volta ho fatto la mia bella figura da italiano chiedendo il salmone da solo, visto che il povero grigliatore era circondato da diciotto confezioni di metallo in cui c'era un po' di tutto. Al che el grigliador de carlisle mi risponde “Da solo?” “Sì” “Ma sei sicuro?” “Sì” “C'è qualcosa che non va, amico?” “No, sono solo italiano” “Ah, ok, allora buon appetito”.
Questi sono gli stessi addetti ai tacos, hamburger e burritos, che tornano sempre, ciclicamente, praticamente alternandosi tra di loro. Un altro banchetto con insalata, pomodori, cetrioli e formaggio già tagliati in formato standard per hamburger (è vero..) completa il lavoro, con quattro bidoni di salse: maionese, ketchup, senape e... non so ancora cosa. Si tratta di bidoncini di metallo grandi all'incirca tre volte la mia faccia dotati di un rubinetto stile sapone per lavarsi le mani, che basta schiacciare per vedere fiumi e fiumi di salse entrare nel tuo stomaco e pugnalarti. Di fianco altre salse di colori impronunciabili ma che pare facciano la felicità di molte persone.
Ultimo banchetto temporaneo è quello principale (eh sì, perché in realtà questi sono i “contorni” e il pasto vero si trova qui). Qui si trovano sempre quattro o cinque pietanze diverse, tra cui una per vegetariani. Spesso hanno la bella idea di fare la pasta, si sono lanciati addirittura nei tortellini (va bè, lasciamo perdere..) e nelle lasagne. Ora: uno non ha certo la pretesa di trovare le lasagne della mamma (il lasagna contest mi aspetta a Dicembre..), ma cazzo faceva proprio schifo. Io ho anche provato a chiudere gli occhi e pensare che fosse qualcos'altro, ma era proprio un cibo impossibile da digerire e tutti, ovviamente, ne erano entusiasti e mi facevano i complimenti per la cucina italiana. Vabbè, che'cce voi fa? So 'bbono de core... non li ho neanche fucilati.
In questa linea, comunque, ci sono sempre le patate (fritte, al forno, speziate, al burro) e sono direi l'unica cosa che veramente si mangia molto volentieri. Una volta, tutto felice di vedere una specie di cotoletta, ne ho chiesta una alla signorina dietro al bancone. Lei, con tutta grazia e tranquillità, ne ha riposte ben cinque nel mio piatto (delle dimensioni di una cotoletta e mezza nostra ognuna). Ho provato ad obiettare che era solo per me e lei mi ha risposto con un pacatissimo “and so what?”. Vedendo la mia faccia ancora in protesta per quell'ammasso di carne nel mio piatto, deve avere interpretato male (visto che probabilmente nessuno nella sua vita le ha mai detto di aver ricevuto troppo cibo) e quindi ha avuto la simpatica idea di prendere altre 5 cotolette e sbattermele non so come sopra le altre, scusandosi per non aver capito prima che ne volevo di più (e non mi stava prendendo per il culo, era assolutamente convinta che ne volessi di più...).
Dopo di questo si passa alle bevande. Ci sono all'incirca una cinquantina di spine, in cui si può bere praticamente di tutto (ovviamente analcolico), da tre tipi di coca-cola al succo di mela, passando per il powerade (blu o rosso fosforescente), i distributori di ghiaccio, il succo d'arancia con zuccheri aggiunti, il succo di mango, l'acqua alle more, l'acqua al limone, il tè freddo alle more con zuccheri aggiunti, non so quante altre cose e soprattutto... la root beer. Allora: alla prima lezione di inglese di strada, ti insegnano che beer buol dire birra. Quindi qualsiasi cosa ci sia scritta prima, tu pensi sia una birra. Invece no. Si presenta con un colore tra feci di stitico e urina da calcoli, con un profumo a metà tra il chinotto e lo Svelto per i piatti. Nessun problema, se non fosse che il gusto è ancora peggiore e io e i due tedeschi, da bravi birraioli, ce ne siamo accorti sputandoci praticamente in faccia già la prima sera al primo assaggio.
Poi c'è la frutta; niente di che: quando è buona sa quasi di quello che sa la nostra frutta.
La morte arriva al banco dei dolci. Ogni giorno ci sono quattro o cinque diversi tipi di torta e ovviamente ogni giorno ad ogni pasto ci sono almeno una quindicina di tipi diversi di donuts (a ciambella!) e muffin... Ora, voi che sapete bene quanto le schifezze mi diano gioia, sappiate che... non ne ho ancora toccato uno! Ho deciso di evitare almeno ciò che è palese ed evidente che potrebbe togliermi dodici anni di vita ogni sette morsi. Uno dei dolci più apprezzati da queste parti, comunque, pare sia il Jello, ovvero pura e semplice gelatina con i coloranti più atroci del mondo. Vi mando una foto perché sono indescrivibili: una signorona ispanica che lavora in mensa, mi ha detto qualcosa del tipo “You don't like your life? Eat Jello”, ovvero “Nun ce stai bene a sto monno? Mangiate a gelatina e nun te preoccupà che nun ce starai più”.
Poi ovviamente c'è il caffè (buonoooooooo, no, ma mi han detto che è buono....) e il tè. Allora, visto che niente può fare più schifo del caffè americano, l'unico modo per salvarsi è metterci del latte. Facile no? Il cas! Hanno un frigo con una decina di tipi di latte, tra cui il latte alla soya, il latte alla soya al cioccolato, il latte scremato, il latte scremato senza grassi, il latte con grassi ridotti al 2% (o del 2%?), il latte senza grassi (che però è più grasso del nostro latte normale!!!), il latte 2% alla spina (?!) e altra roba che non ho ancora neanche voluto leggere.
In generale comunque quello che è veramente devastante è rendersi conto che quando non sai esattamente cosa stai mangiando, non hai alcun modo di scoprirlo tramite il gusto, forse perché è coperto dai litri di olio e impanatura.
Devo ancora scoprire (e non sto scherzando) se l'altro giorno ho mangiato bastoncini findus americani o delle crocchette di patate. Ho chiesto a tutti gli europei e la risposta è stata un più o meno unanime “No idea”, quindi ho pensato di chiedere a Drew, un americano molto europeo perché ha passato un paio d'anni in Germania e la sua risposta credo sia stata abbastanza eloquente e che descriva bene l'approccio degli americani al cibo: “Just eat and never ask. You don't wanna know” ovvero “Mangia e nun fa domande che nunn'è il caso”.
Questo è quanto: mi mandate un piattino di lasagne della mamma o volete venire a mangiare qui? :(

martedì 29 agosto 2006

College life

Che dire del Dickinson College (o come lo chiamano alcuni Dick-in-son College)?
Semplicemente un altro mondo rispetto alle università italiane. Io e il mio amico Jens Schroeder, assistente di tedesco abbiamo coniato una frase per descrivere come ci trattano qui: “Just remember we're fuckin' customers!”, (per gli italianofoni, tradotto è più o meno “ricordate che o fanno solo perché semo de fottuti clienti”).
In realtà noi non paghiamo niente, anzi veniamo pagati, ma il 90 % delle persone qui non hanno alcuna borsa di studio e quindi pagano 43.000 dollari all'anno (sì, 40.000 euro, circa 35 volte più delle università italiane) per stare qui, quindi... hanno effettivamente qualche aspettativa piuttosto alta. E il bello è che anche se non paghiamo, visto che siamo per metà professori, veniamo trattati anche meglio.
Ho assistito a due cerimonie di apertura alle quali le parole più usate sono state “get involved” e “citizen leadersip”. Ho visto anche magliette con la scritta “Dickinson College – citizen leadership” e vi assicuro che non scherzano, ogni secondo ti ricordano che da qui è passato un presidente degli Stati Uniti, innumerevoli membri del congresso e scienziati di fama mondiale e che il college stesso è stato fondato da Benjamin Rush e Thomas Jefferson (mica cotiche). I discorsi del “rettore” che qui non si fa chiamare magnifico, ma ci ha invitati ad andare nel suo studio per parlare di qualsiasi cosa, anche di calcio (e chissà come mai i francesi non hanno accettato...), sembrano discorsi di un venditore di azioni (o di patate), sicuramente non di un preside. Questa simpaticissima faccia da pazzo furioso, tale President Durden, scende tutti i giorni a mezzogiorno dalle scale di Old West, l'edificio principale cantando l'inno del college, “Noble Dickinsonia” che altro non è che “O Tannenbaum, O Tannenbaum, wie gruen sind deine Blaetter”. Non scherzo, hanno messo le parole dell'inno sulla melodia di una canzone natalizia tedesca (tra l'altro piuttosto triste. Se copi, almeno copia Bach non O Tannenbaum..).
Penso di aver ricevuto più regali dal Dickinson College negli ultimi tre giorni che in tutti i miei compleanni messi insieme. Una lista approssimativa, considerato anche che non ho partecipato a diverse attività in cui regalavano cose su cose include (ma non si limita a...):
n°1 braccialetto del dickinson college con chiavetta USB all'interno
n°1 Gigabyte di spazio nei computer della libreria, accessibili da qualsiasi punto del campus, con qualsiasi computer, diviso in spazio privato e spazio pubblico, con un back-up dei dati effettutato OGNI NOTTE, nelle sole 4 ore in cui la libreria è chiusa (dalle 2 di notte alle 6 di mattina).
n°1 radio portatile del dickinson college
n°1 torre per 50 cd
n°2 borse stile mamma del dickinson college
n°1 portafoto a forma di sedia con la foto del preside in occhiali da sole
n°1 borsa per i panni sporchi
n°1 lavagnetta adesiva da attaccare alla porta + pennarello per lasciarsi messaggi
n°1 matitona del dickinson college
n° 1000 penne di qualsiasi tipo del dickinson college
n°1 evidenziatore del dickinson college
n°1 preservativo al gusto di coca-cola
n°1 poster “Getting her drunk is not the same as getting her permission” (più o meno “nun ce provà con l'alcool, pecché nun vale”)
n°1 tazza termos con sconti per qualsiasi bibita
n°1 uccisore di mosche del dickinson college
n°1 pacchetto di M&M's targate dickinson
n°3 shampoo+balsamo garnier fructis
n°1 deodorante+gel doccia axe
n°200 libri sulla storia del dickinson college
n°1 frisbee del dickinson college
n°2 portachiavi con torcia del dickinson college
n°1 portachiavi da appendere al collo
n°1 portachiavi da appendere al portachiavi del dickinson college (e il bello è che qui ti danno solo una chiave..)
n°1 non-ho-ancora-scoperto-cosa del dickinson college
n°1 anti-stress del dickinson college per risolvere i conflitti (nel senso che ci hanno veramente detto di usarlo quando un conflitto potrebbe cominciare, in modo che la rabbia finisca sull'anti-stress)
n°1 clip del dickinson college
n°1 specchio per il trucco del dickinson college
n°1 igienizzatore per le mani
n°1 graffettatrice del dickinson college
(qualche ora prima di spedire questa email abbiamo ricevuto in realtà altre cose, ma sinceramente non ho voglia di mettermi a contare anche quelle..)
Un telegiornale oggi parlava delle università e sottolineava che il processo educativo non è una merce e che gli studenti non sono SOLO clienti, ma il solo fatto che debbano precisarlo dimostra quanto in realtà lo siano. Se pagassi 172.000 dollari per la mia laurea, penso che potrei richiedere anche che 12 odalische mi facciano vento mentre studio.
In realtà quello che succede qui non è molto diverso, nel senso che ogni ufficio è aperto quasi tutto il giorno (alcuni sono aperti semplicemente 24/7 come dicono loro, ovvero 24 ore al giorno, tutti i giorni). La biblioteca è aperta dalle 6 di mattina alle 2 di notte (e poi mia mamma si lamenta che lavora troppo..), ci sono almeno 20 laboratori enormi e superattrezzati pieni di computer aggiornatissimi (metà pc, metà mac) ma non li ho ancora scoperti tutti.
Nella libreria (che quattro anni fa è stata votata la migliore negli Stati Uniti) prestano portatili gratis e possiamo stampare qualsiasi cosa (in qualsiasi numero di copie) gratis. Ogni camera è connessa a internet via Ethernet e ci hanno fatto il regalino di una cartella da 1 GB per ogni studente accessibile da ogni computer del campus, divisa in una parte privata e una pubblica dove possiamo mettere qualsiasi cosa e il bello è che viene fatto un backup ogni notte, quindi è praticamente impossibile perdere dati.
Ognuno ha una casella postale apposita e noi assistenti ne abbiamo due, oltre ad avere bevande gratis tutto il giorno negli studi del dipartimento. Insomma... ce trattano proprio da fichettine. Questa sì che è vita studentesca, mica correre a prendere il treno delle 7 per poter parlare con un prof alle 10,30 che – ovviamente – sai già che non si presenterà.
Ma ci sono tante altre cose da dire su questo posto... quindi, a presto.
Segue un'email con qualche foto... la prima è la casa dove vivo, divisa in tre piani (italiano, spagnolo e francese), la seconda è una classica foto da campus, la terza mostra i piani alti della dirigenza (lo sfigatello in rosso è il caro president Durden), una foto del gruppo di assistenti di lingua e per finifre... qualcosa che si vede piuttosto spesso qua in giro...

sabato 26 agosto 2006

Arrivo al Dickinson

Part 2
Dopo otto ore di attesa ad Heathrow riparto per New York, mi fanno ovviamente ritogliere le scarpe e mi chiedono di buttare qualsiasi cosa di affilato, assicurandomi però che appena dentro il duty free potrò comprarlo nuovamente (ma allora a che cazzo serve?). Vedo una faccia che è il ritratto spiccicato di uno dei pakistani ancora latitanti, ma le altre facce sono più rassicuranti. Salgo sull'aereo e – ovviamente – la faccia da ricercato è esattamente di fianco a me e sembra piuttosto agitato (alla fine mi ha detto che era il suo primo volo, ma cacchio ne so io..). Il pilota decide di partire con un'ora di ritardo, guardo un po' di cartoni e un film di benigni e il volo passa meglio del previsto, ma arrivo a JFK con un ritardo spaventoso, quindi dopo l'ennesimo controllo mi tocca pagare quasi 50 euro un tassista indiano che mi promette di portarmi in 20 minuti da JFK a Times Square dove ho l'autobus (un po' come attraversare il centro di Milano in 15 minuti). Si complimenta per la coppa del mondo e mi chiede una mancia (che non gli do) appena arrivato. Prendo il biglietto per l'autobus, il greyhound che mi porterà a casuccia. Ce ne sono due: 21.15 e 21.30, mi dice che vanno tutti e due bene e quindi prendo il secondo, giusto per riuscire ad essere sicuro di arrivare in tempo. Peccato che il primo mi portasse dritto ad Harrisburg, il secondo no. Salgo sul greyhound (la più povera delle compagnie povere, c'è anche nelle canzoni dei guns quando non erano i guns “maybe a greyhound could be my way”).
Non ho ancora dormito un'ora negli ultimi due giorni e non sono proprio un fiorellino. Chiedo ad una signora se posso sedermi di fianco a lei e mi dice di no, chiedo ad una cicciona puzzolente e mi dice di sì, salvo poi alzarsi un minuto dopo per dirmi “you smell very terrible” (puzzi come na capra) e andare nel punto più distante possibile dell'autobus. Carina come accoglienza.
Arriviamo a Philadelphia e scopro che i due autobus non erano proprio uguali, perchè con questo devo aspettare un'ora lì, nel posto meno raccomandabile che abbia mai visto dopo la stazione dei treni di Bratislava.
Una negrona mi chiede in inglese sbiascicato di dove sono, le dico “Italy” tre volte e lei continua a ripetermi “eh?”. Penso di avere una cattiva pronuncia, quindi le dico “Europe” e lei risponde “Aaaaaaah. Like France?”, “Eh, tipo”. Ho la prima conferma che forse tutte le statistiche sull'ignoranza americana non sono proprio sbagliate. Dopo due ore (1 ora di ritardo anche qui ovviamente) partiamo e dopo altre due ore di autobus, alle 3 di mattina arrivo ad Harrisburg, dove un tassista pagato dal Dickinson mi accoglie con migliaia di statistiche positive sugli stati uniti che non ricordo. Arrivo alle 3 e mezza, mi danno le chiavi e scopro di non avere né lenzuola né cuscino, torno indietro e me le danno, ma dopo 40 minuti. Alle 4 e mezza quasi vado finalmente a letto, con le stelle che l'Elena che era qui l'anno scorso ha attaccato al soffitto e dopo 3 ore, un simpaticissimo ragazzo argentino di nome Ezechiel che avrei volentieri ucciso mi sveglia con un bel “Ciao Giuseppe, Welcome to America”.
A presto con i resoconti sul college, gli studenti, l'america in generale e sopratutto... Wal Mart.
Un abbraccio,
Giuseppe
P.S: Sapete benissimo tutti quanto io sia logorroico, quindi se non volete che vi mandi sta robaccia scrivetemi una bella email dal titolo “this is spam” o “ebbasta!” e smetterò di scrivere.

martedì 22 agosto 2006

Pennsylvania - 1

Starbucks, London Heatrow Airport,
22 Agosto 2006
13.00
Allora... dopo una splendida serata di coccole e ultimi preparativi, alla partenza tutto comincia con un cappuccino + pasta alla crema dell'autogrill in aeroporto, che secondo la correttissima definizione della Claudia è a metà tra “un sasso e un giarone”.
Poi lacrime su lacrime per tutti e tre ed entro al gate. Mi fanno tirare fuori il portatile (eh va bè) e mi fanno tirare via le scarpe (?!?!), dopodichè mi controllano per gli esplosivi (no, non per le ultime minacce, a me lo fanno SEMPRE..) e mi chiedono di accendere il computer (?) per poi farmelo spegnere prima che finisca di accendersi (??). Cerco di salutare la mia mamy e la Clo e sta zoldra dell'aeroportista mi dice che lì stanno lavorando, ecchemmefrega io sto a salutà mi mamma e 'l mio amor. Va bè, saluto, piango e salgo.
Enzo e Pino (che non sono due comici, ma due steward – ovvero hostessi) si ostinano a parlarmi in inglese nonostante io gli risponda in italiano e nonostante si siano dichiarati di lingua italiana con tanto di bell'annuncio al microfonino che in aereo mi fa sempre cagar sotto.
Enzo (o Pino, nun me ricordo) mi porta il pranzo: n° 1 dose di succo all'arancia trasformatasi in ottima granita al succo d'arancia, n° 1 dose di latte scremato ghiacciato e soprattutto n° 1 panino al latte con salsiccia e cipolle caramellate (giuro che è vero).
In questo momento, grazie ad uno sguardo di schifo comune, faccio amicizia col pacioso cinquantenne che sta seduto di fianco a me. Scopro che è americano, che è il proprietario di una sorta di SIAE americana con base a Nashville e che vive a Reggio Emilia. Alla mia domanda: ma perchè Reggio Emilia? Risponde che sua moglie ha voluto che si trasferissero perchè a Reggio c'è la migliore scuola del mondo per sua figlia. Tutto curioso e pronto a tornare in Emilia Romagna per tanto ben di Dio educativo scopro che la figlia ha cinque anni e che si sono trasferiti dall'altra parte del mondo per portarla in un asilo reggiano. Penso che deve proprio essere americano, avere tanti soldi ed una figlioletta che prima o poi, immancabile, si drogherà perchè ha avuto tutto dalla vita, dove per tutto si intende tutto ciò che è inutile. Mah.
Alla fine il pacioccone, che di nome fa Brownlee, si dimostra più simpatico del previsto e mi da anche il suo biglietto da visita per andarlo a trovare a Nashville o per qualsiasi problema che potessi avere negli States. Ebbravo Brown. Fatto sta che all'atterraggio a Gatwick si divisero le strade (citando Fabri Fibra). Vado a prendere i bagagli ed OVVIAMENTE sono l'UNICO (dove per unico si intende unico, non tra i pochi) a non trovare il carrellino per i trolley, il che vuol dire che gironzolo comodo comodo con 60 chili di roba in mano (bagaglio a mano escluso) alla ricerca del treno per Heatrow.
Trovo il chioschettino di National Express dove chiedo “a one-way ticket to Heatrow Airport”. La commessina, tale faccia da zoldra di nome Karen, mi chiede “Did you say Heatrow?” e io “Yes”.
Conversazione da prima elementare circa, dopo aver studiato i numeri e i colori. Mi dice di girare mezzo mondo per trovare il treno che mi porterà all'autobus (perchè non aggiungere un pezzo in bici così facciamo il triathlon e siamo più felici?). Coi miei bei valigioni tutti coperti di fascioni rossi (per la non-modica cifra di 14 euro) giro mezzo mondo e dopo essermi chiesto se non sono per caso già uscito dalla giurisdizione inglese, si apre una porta in un muro e quello che credo essere un ascensore comincia a muoversi orizzontalmente. Solo due minuti dopo, mi sono reso conto di essere sul famigerato treno che doveva portarmi all'autobus che mangiava la mela che un giorno mio padre alla fiera dell'est comprò. Per pura, sacrosanta curiosità leggo il biglietto che ho ancora in mano e trovo la simpatica dicitura “london gatwick – london victoria station” il che è la perfetta ed indiscutibile affermazione del fatto che la karen della zoldra non aveva solo la faccia, perchè sta troiona mi ha dato il biglietto sbagliato, dritto dritto per il centro di londra, altro che aeroporto.
Torno indietro aprendo un'altra porta nel muro che porta al treno che non porta più all'autobus che un giorno quella zoldra di karen alla fiera dell'est si inventò.
Torno da Karen e le dico con tutta la mia gentilezza e cordialità che è una fiorente donzella e che mi deve dare il mio biglietto e i miei soldi.
Lei insiste che io avevo detto “london”, parola che sono sicuro di non aver pronunciato negli ultimi 20 giorni e quindi si incazza pure, prima di darmi il nuovo biglietto e sbattermi in una sala d'attesa.
Attendo con un hong-kongese e venti sud africane, per circa 20 minuti, dopodichè ci dicono di uscire perchè sta arrivando l'autobus. Autobus che arriva almeno altri 40 minuti dopo; salgo per ultimo e il conduttore decide proprio mentre si appresta a caricare la mia valigia di essere troppo stanco. Quindi mi fa “you filled it in, you take it”, che non è altro che un modo un po' più paraculo di dire “me so rotto er cazzo, mo t'a carichi tu”. Ovviamente lo faccio e riparto. Un'ora dopo arrivo a Heatrow e becco il primo genio della giornata. Una vecchiettina molto british, una specie di regina Elisabetta invecchiata che tira via la sua valigia dal carrellino e me le offre, vedendo che necessitavo di un tempo di preparazione attorno ai 2 minuti ogni volta che decidevo di prenderle in mano.
Carico tutto ed entro, mi dicono che posso già fare il check-in, quindi faccio venti minuti di fila per scoprire che in realtà non è vero ed essere mandato via.
Cerco ovunque un modo per comunicare con casa, finché non mi dicono che Starbucks è connesso in wireless (che in Italia significa che non paghi internet). Decido di non regalare una sterlina per quindici minuti di connessione alle cabine telefoniche e di entrare da Starbucks. Spendo all'incirca cinque sterline per un paninaccio al salmone e un cappuccino che forse fa meno schifo di quello di Bologna. Peccato che poi scopra che in Inghilterra essere connessi wireless vuol dire che sei libero di pagare euri su euri al minuto e quindi, siccome anche qui ciccia, penso di trascrivere queste prime memorie, prima dell'imbarco per New York. A presto con la seconda parte.