sabato 26 agosto 2006

Arrivo al Dickinson

Part 2
Dopo otto ore di attesa ad Heathrow riparto per New York, mi fanno ovviamente ritogliere le scarpe e mi chiedono di buttare qualsiasi cosa di affilato, assicurandomi però che appena dentro il duty free potrò comprarlo nuovamente (ma allora a che cazzo serve?). Vedo una faccia che è il ritratto spiccicato di uno dei pakistani ancora latitanti, ma le altre facce sono più rassicuranti. Salgo sull'aereo e – ovviamente – la faccia da ricercato è esattamente di fianco a me e sembra piuttosto agitato (alla fine mi ha detto che era il suo primo volo, ma cacchio ne so io..). Il pilota decide di partire con un'ora di ritardo, guardo un po' di cartoni e un film di benigni e il volo passa meglio del previsto, ma arrivo a JFK con un ritardo spaventoso, quindi dopo l'ennesimo controllo mi tocca pagare quasi 50 euro un tassista indiano che mi promette di portarmi in 20 minuti da JFK a Times Square dove ho l'autobus (un po' come attraversare il centro di Milano in 15 minuti). Si complimenta per la coppa del mondo e mi chiede una mancia (che non gli do) appena arrivato. Prendo il biglietto per l'autobus, il greyhound che mi porterà a casuccia. Ce ne sono due: 21.15 e 21.30, mi dice che vanno tutti e due bene e quindi prendo il secondo, giusto per riuscire ad essere sicuro di arrivare in tempo. Peccato che il primo mi portasse dritto ad Harrisburg, il secondo no. Salgo sul greyhound (la più povera delle compagnie povere, c'è anche nelle canzoni dei guns quando non erano i guns “maybe a greyhound could be my way”).
Non ho ancora dormito un'ora negli ultimi due giorni e non sono proprio un fiorellino. Chiedo ad una signora se posso sedermi di fianco a lei e mi dice di no, chiedo ad una cicciona puzzolente e mi dice di sì, salvo poi alzarsi un minuto dopo per dirmi “you smell very terrible” (puzzi come na capra) e andare nel punto più distante possibile dell'autobus. Carina come accoglienza.
Arriviamo a Philadelphia e scopro che i due autobus non erano proprio uguali, perchè con questo devo aspettare un'ora lì, nel posto meno raccomandabile che abbia mai visto dopo la stazione dei treni di Bratislava.
Una negrona mi chiede in inglese sbiascicato di dove sono, le dico “Italy” tre volte e lei continua a ripetermi “eh?”. Penso di avere una cattiva pronuncia, quindi le dico “Europe” e lei risponde “Aaaaaaah. Like France?”, “Eh, tipo”. Ho la prima conferma che forse tutte le statistiche sull'ignoranza americana non sono proprio sbagliate. Dopo due ore (1 ora di ritardo anche qui ovviamente) partiamo e dopo altre due ore di autobus, alle 3 di mattina arrivo ad Harrisburg, dove un tassista pagato dal Dickinson mi accoglie con migliaia di statistiche positive sugli stati uniti che non ricordo. Arrivo alle 3 e mezza, mi danno le chiavi e scopro di non avere né lenzuola né cuscino, torno indietro e me le danno, ma dopo 40 minuti. Alle 4 e mezza quasi vado finalmente a letto, con le stelle che l'Elena che era qui l'anno scorso ha attaccato al soffitto e dopo 3 ore, un simpaticissimo ragazzo argentino di nome Ezechiel che avrei volentieri ucciso mi sveglia con un bel “Ciao Giuseppe, Welcome to America”.
A presto con i resoconti sul college, gli studenti, l'america in generale e sopratutto... Wal Mart.
Un abbraccio,
Giuseppe
P.S: Sapete benissimo tutti quanto io sia logorroico, quindi se non volete che vi mandi sta robaccia scrivetemi una bella email dal titolo “this is spam” o “ebbasta!” e smetterò di scrivere.