martedì 26 settembre 2006

DC

Un giorno ti capita di finire, non sai neanche come a Washington DC, Stati Uniti d'America. Pensi che sia una città come le altre, quindi prendi le tue valigie, entri nell'ostello, lasci tutto e vai a farti un giro notturno, dopo una doverosa pausa da Mc Donald's, la prima in un mese. Sono le dieci di sera e decidi di andare al Capitol, il parlamento americano, che hai visto esplodere in Independence Day e in un'altra manciata di film. Poi da lì decidi che potresti farti una passeggiata fino al Licoln Memorial, in fondo sono solo due miglia e mezzo, che traduci subito con poco meno di un chilometro, rendendoti conto solo dopo che sono quasi quattro. Nella notte di Washington scopri che non esistono persone, se non di due tipi: poliziotti al freddo nelle macchine e senzatetto al freddo nelle strade. Nessun altro attraversa la lunghissima strada che contiene la libreria più grande del mondo, il complesso museale più grande del mondo e una decina di monumenti commemoranti qualsiasi guerra gli Stati Uniti abbiano mai combattuto, oltre – ovviamente – a centinaia di bandiere americane. Una sul Capitol, decine in giro, cinquanta sotto al Washington memorial, un obelisco immenso, completamente bianco. Altre decine di bandiere sotto il monumento alla seconda guerra mondiale, contornate da scritte del tipo “Gli americani vengono per liberare, non per conquistare”, che ti farebbero ridere ovunque, ma non lì. Poi fai qualche passo e ti trovi di fianco al Muro dedicato alle vittime del Vietnam. Un semplice muro di pietra, con 58.000 nomi. E accarezzi tutto il muro, pensando che ognuno di quei nomi aveva una storia e ti ricordi che qualcuno ti aveva detto “se non hai visto il muro di Washington non hai visto niente” e un po' ti dispiace avergli riso in faccia. Preferisci tirar dritto e far finta di niente e continuare a camminare. Arrivi al Lincoln Memorial e guardi verso il Capitol, dov'eri ormai cinque ore fa. E vedi che quell'obelisco che sembrava inutile si riflette nella “reflecting pool”. Quella in cui corrono Forrest Gump e la sua fidanzata. Ci pensi ancora un po', ti guardi sotto i piedi e quando trovi una pietra con scritto “I have a dream”, ti rendi conto che non ti sbagliavi: sei proprio nello stesso punto in cui stava Martin Luther King quando ha fatto il suo discorso. E per un secondo tutte quelle bandiere non ti disgustano più e capisci che in un posto come questo, anche le peggiori stronzate propagandistiche possono avere un senso. Forse perché è uno dei migliori posti per piangere che tu abbia mai visto. La mattina dopo decidi di fare un salto anche al pentagono. Fermano un tuo amico e lo portano in una cabina della polizia perché stava facendo una foto. Tu provi ad avvicinarti al poliziotto all'ingresso e ti rendi conto che appena passi la barriera dei dieci metri di distanza, lui tocca la pistola col palmo della mano e si alza lentamente. E il disgusto ti riporta quel piacevole distacco dall'America che ti mancava tanto dalla sera prima.