Passiamo ora al baseball, lo sport numero uno degli americani, quello che neanche se la moglie stesse partorendo otto gemelli, smetterebbero di guardare una partita in televisione. Quello che supera anche il basket e il football americano, che per noi rimangono l'immagine degli States e che qui sarebbero pronti a fare a pezzetti per salvare il baseball. Il Dickinson College è stato così carino da organizzarci un viaggetto a Washington per vedere i New York Mets contro i Washington Nationals, nell'ultima partita della stagione regolare: il tutto, biglietto e viaggio compreso per 15 dollari, ovvero meno del costo del biglietto d'ingresso di 25. Si parte presto, alle 9.30 dal parcheggio del'Auditorio, il che vuol dire niente colazione perché qua la domenica aprono tardi. Si spera, vivamente, in una pausa all'autogrill, sperando che esista o che quantomeno abbiano inventato un succedaneo e che la forza del gruppo europeo imponga il volere del popolo. La simpatica faccia da giapponesina all'ingresso dell'autobus ci rende subito chiaro che la democrazia è qualcosa di ben lontano, quando ci cagna da matti perché sono già le 9.31. Mi metto a riderle in faccia, perché ovviamente penso che stia scherzando. Lei non ride e capisco di aver fatto la solita figura di merda, ma va bè. Razvan, il mago dell'Est non si vede, mentre Vincent ha già fatto sapere che si vedrà la partita comodamente da casa, perché il letto lo attrae più dello stadio. Alle 9.33 la giapponesina ci comunica che da al “nostro amico che ci sta facendo perdere tempo” altri due minuti altrimenti “he's out”, con un gesto che lascia poco all'immaginazione e che sarebbe piaciuto a Robespierre: decapitazione immediata.
Chiamiamo Vincent, compagno di stanza di Razvan, per chiedergli dove cavolo è finito. Il sellerone risponde smadonnando in olandese (e vi assicuro che non c'è niente di più divertente) e ci dice che è partito da almeno venti minuti. Adesso; botolotto per botolotto, tutto il campus si attravrsa in quindici e considerato che Razvan abita a tre minuti di lumaca dal parcheggio ci sentiamo tranquilli di assicurare la giapponesina faccia da schiaffi che il nostro amico sarà “in”.
Dopo cinque minuti questa vuole uccidere anche noi e quindi le diamo il permesso di partire, che la prossima volta Razvan chiamerà un'ambulanza se non riesce a camminare decentemente. Ovviamente, due minuti dopo essere partiti scopriamo che ci stava aspettando dall'altra parte dell'Auditorio. Detta così, non sembra neanche strana. Peccato che l'Auditorio abbia due facciate: una è un'isola pedonale, l'altra un parcheggio. Non dovrebbe essere molto difficile intuire dove potrebbe fermarsi un autobus, ma va bè. Dopo un viaggio da paura, con un autista che poteva essere stato raccattato dalla strada qualche secondo prima della partenza per come guidava bene, arriviamo al RFK Stadium. Tra un sonno e l'altro avevamo deciso per chi tifare. Parliamo di ideali e morale sportiva: non ci interessa vincere, l'importante è difendere i propri colori, in questo stadio di questa città splendida che ci ha accolto settimana scorsa. Washington senza dubbio! Thetje apre un giornale e ci dice che i Mets sono primi in classifica e i Washington non vanno neanche ai playoff. Riparliamo di ideali e morale e decidiamo che alla fine avevamo sempre pensato di tifare per i Mets. New York! New York. Entriamo e ci regalano subito una maglietta dei Washington Nationals. Siccome non siamo materiali e non ci importa di queste cose, cambiamo idea un'altra volta e ci vendiamo definitivamente ai Nationals.
Giretto per gli stand per scovare cibo, visto che la prigione giapponese non ha previsto soste all'autogrill (più precisamente, quando le ho chiesto di fermarsi mi ha risposto “Non siamo ancora arrivati. Scendi quando ci fermiamo e decido io quando ci fermiamo”). Ci buttiamo sul primo hot dog e constatiamo la modicità dei prezzi: circa il triplo che in qualsiasi altro posto, roba da 8-9 euro a birra (considerando che qua ti vendono 2 litri per 5 dollari..). Molto più economici, visto che sta per finire la stagione, i souvenir. Compro un cappellino originale Nike, veramente fighetto per meno di 10 euro e soprattutto... per tre dollari tre mi aggiudico lei: il sogno di chiunque abbia mai visto una partita di baseball in un film americano: la manona gigante con il dito puntato in alto, che non vuol dire assolutamente gninta e che non si capisce che senso abbia, ma è troppo figa per non comprarla. Entriamo nello stadio e, neanche a farlo apposta, ta-ra-ta-ta-tatta-ta-ta! Il Jingle! Come in tutti i film! Quelle musichettine ignobili che si vedono solo negli sport americani. Fantastico. Ci sediamo e aspettiamo l'inizio della partita, mentre cerco di istruire i miei compagni con quelle basi di baseball che ho avuto giocando un anno alla scuola media.
Dopo l'inno nazionale, ci becchiamo mezz'ora di discorso di Frank Robinson, allenatore dei Nationals (affettuosamente Nats), che dopo 51 anni di baseball professionistico ha deciso di abbandonare. Ora, Frank, io non è che ti voglia male. Ma mi dici perché dopo 51 anni devi decidere di abbandonare proprio l'unico giorno della mia vita che passerò in un campo da baseball? E comunque, 51 anni da giocatore o allenatore, non vuol dire che adesso devi parlarne altri 51.
A un certo punto, come dicono qui “out of the blue”, senza un fischio né niente la gente comincia a giocare. Così, dal nulla. Prima si stavano allenando poi all'improvvisamente facevano sul serio. Mi dite come cavolo si fa a tifare per uno sport in cui non c'è neanche il fischio finale? Va bè.
Il primo inning passa senza neanche una base conquistata per nessuna delle due squadre, ovvero palla mostruosa. Nel secondo i Nats ne prendono 6, il che ci fa pensare che ci siamo venduti alla sconfitta certa per troppo poco. I tre inning successivi, senza alcun punto ci fanno capire il perché della moda del “beer lot” tra gli americani. Come ci avevano detto alcuni americani prima di partire, infatti, la maggior parte della gente si porta litri e litri di birra che si sbevazza nel parcheggio prima di entrare (per evitare di pagarla l'infinito dentro), così poi il gioco sembra più divertente. Di sicuro più di quanto lo è per noi, perché dopo venti minuti eravamo veramente tentati dalla canna del gas. Anche perché i posti che ci hanno dato secondo me non li avrebbero venduti neanche per mezzo dollaro a qualcun altro. Siamo praticamente in piccionaia, coperti dal mondo e senza possibilità di beccare le palle volanti.
Perché poi dopo un po' ti rendi conto che quello è il vero divertimento. Cercare di prendere la palla quando la colpiscono verso il pubblico. Infatti a nessuno gliene sbatte niente, si alzano ogni quattro secondi per andare a prendere da bere o da mangiare. Le uniche cose importanti sono le pause tra un inning e l'altro, dove si canta e si balla nella peggiore tradizione dei balli di gruppo, ma da seduti...
Io e Thetje ci sganciamo un attimo dal gruppo per andare a fare qualche foto e ci sediamo su un gradino un po' più in basso da noi. Arriva il responsabile che ci dice che non possiamo stare lì e ci dice di seguirlo. Terrore. Totale. Qui ogni volta che qualcuno in divisa ti si avvicina non sai veramente cosa pensare. Sembra una stupidata detta così, ma è verissimo. Ti guardano sempre come se fossi un criminale, finché non riesci a provare il contrario. Lo seguiamo (non che avessimo molta scelta) e dove ci porta? In prima fila. Esattamente dietro alla panchina dei nostri Nats, che possiamo toccare tranquillamente. Il Bat Boy, una specie di raccattapalle che siede con gli altri della squadra, ci saluta. Siamo a mezzo metro dal campo e il tipo ci fa “State pur qua quanto volete”. Perché? Non ne ho la più pallida idea e il terrore per la possibile punizione che pare essersi trasformata in premio non è ancora sparito, ma ci resto.
Vediamo tutto come se fossimo in campo e finalmente siamo in un'area in cui potrebbero volare le palle (detta così è brutta, ma giuro che mi riferisco a quelle del gioco). Chiamo Frank, l'allenatore più logorroico della storia del baseball, lui si gira e... mi lancia una palla. Il sogno che diventa realtà. Dopo questo potrei chiedere la cittadinanza americana onoraria (ma chi la vuole?). Lancio perfetto di Frank Robinson per Giuseppe Sofo che riceve, senza guanto ma con classe. Da qui in poi è delirio totale. Divento il fan più sfegatato dei Nats e salto sulla sedia per il nostro primo punto (e quasi ultimo) punto, tirando tutti i cancheri possibili immaginabili ai nuovayorchesi. Goduria pura; tenere una squadra di cui non te ne frega niente e che sta perdendo, ma che in uno stadio del genere ti fa venir voglia di scendere in campo a lottare con loro. Alla fine di ogni inning arriva qualcuno che lancia magliette e altre cavolatine, con i bambini che si ammazzano per farsi dare una palla. Faccio amicizia con Jeff, uno scugnizzetto 13enne tifosissimo dei Nats, tutto pitturato di rosso e blu con il nome di Frank ovunque. Mi racconta la storia della squadra e di sto minchia di Frank che finalmente scopro essere solo uno dei personaggi più importanti del baseball odierno. Due volte MVP, Hall of Fame da 25 anni, campione di due leghe diverse, 17 volte all-star e primo nero ad allenare una squadra di baseball professionistica. Mica cotiche Franchettino caro. E quindi comincio ad urlare che lo amo (in realtà solo e spudoratamente perché mi ha regalato la palla, che tra l'altro fra un po' potrebbe anche valere abbastanza). La partita va avanti così, con i Nats che segnano un altro punto nell'ultimo inning e portano a casa una bella figurina del cavolino, un 6-2 che sfiorerebbe il cappotto a ping pong. Il momento clou è un militarozzo tutto rasato che canta “God bless America” in piedi sulla panchina, neanche fosse una cubista e appena finisce, partono razzi ovunque: ho il video, ve lo farò vedere.
Ma qui, con la fine della partita, comincia la seconda parte del delirio: i giocatori cominciano a lanciare di tutto e io lotto alla morte con i cinni e una cicciona americana cresciuta a fast food e cipolle per aggiudicarmi qualcosa. Alla fine sono l'unico degli europei a portare a casa qualcosa di concreto; oltre alla palla, riesco ad afferrare un magnifico elmetto usato in gara, in un corpo a corpo con un tredicenne che credo abbia superato tutti i limiti del fair play; dalle spinte (date) ai morsi sulle mani (ricevuti). Poi mi arriva anche un cappellino, lanciato uno dei giocatori e mi rendo conto che Thetje, da bravo teutonico, non riuscirebbe mai a pestare un cinnetto solo per un souvenir (cosa che io farei anche senza il privilegio del souvenir), quindi da bravo fratellino, gli regalo il cappellino. Giusto in tempo per entrare nel pullman e farmi cagnare dalla Yakuza per otto minuti otto di ritardo. Ma chi se ne frega, tanto io ho la manona nella mano destra, il cappello e l'elmetto in testa (che sembro un cartone animato) e la palla, sporca d'erba, stretta nella sinistra.
Risultato: col baseball ci devi proprio crescere, perché sono diventa piuttosto difficile spiegare perché dovresti stare quattro ore (tanto è durata la nostra partita) seduto a guardare uno spettacolo noioso come pochi, per eccitarti una media di diciotto secondi ogni inning. Se poi col baseball ci nasci americano, che non devi neanche spiegare perché ti piace il baseball e ti basta dire “è tradizione” (nessuno è mai riuscito a dirci che è un bel gioco, neanche sforzandosi), allora è meglio. Molto meglio.