martedì 22 agosto 2006

Pennsylvania - 1

Starbucks, London Heatrow Airport,
22 Agosto 2006
13.00
Allora... dopo una splendida serata di coccole e ultimi preparativi, alla partenza tutto comincia con un cappuccino + pasta alla crema dell'autogrill in aeroporto, che secondo la correttissima definizione della Claudia è a metà tra “un sasso e un giarone”.
Poi lacrime su lacrime per tutti e tre ed entro al gate. Mi fanno tirare fuori il portatile (eh va bè) e mi fanno tirare via le scarpe (?!?!), dopodichè mi controllano per gli esplosivi (no, non per le ultime minacce, a me lo fanno SEMPRE..) e mi chiedono di accendere il computer (?) per poi farmelo spegnere prima che finisca di accendersi (??). Cerco di salutare la mia mamy e la Clo e sta zoldra dell'aeroportista mi dice che lì stanno lavorando, ecchemmefrega io sto a salutà mi mamma e 'l mio amor. Va bè, saluto, piango e salgo.
Enzo e Pino (che non sono due comici, ma due steward – ovvero hostessi) si ostinano a parlarmi in inglese nonostante io gli risponda in italiano e nonostante si siano dichiarati di lingua italiana con tanto di bell'annuncio al microfonino che in aereo mi fa sempre cagar sotto.
Enzo (o Pino, nun me ricordo) mi porta il pranzo: n° 1 dose di succo all'arancia trasformatasi in ottima granita al succo d'arancia, n° 1 dose di latte scremato ghiacciato e soprattutto n° 1 panino al latte con salsiccia e cipolle caramellate (giuro che è vero).
In questo momento, grazie ad uno sguardo di schifo comune, faccio amicizia col pacioso cinquantenne che sta seduto di fianco a me. Scopro che è americano, che è il proprietario di una sorta di SIAE americana con base a Nashville e che vive a Reggio Emilia. Alla mia domanda: ma perchè Reggio Emilia? Risponde che sua moglie ha voluto che si trasferissero perchè a Reggio c'è la migliore scuola del mondo per sua figlia. Tutto curioso e pronto a tornare in Emilia Romagna per tanto ben di Dio educativo scopro che la figlia ha cinque anni e che si sono trasferiti dall'altra parte del mondo per portarla in un asilo reggiano. Penso che deve proprio essere americano, avere tanti soldi ed una figlioletta che prima o poi, immancabile, si drogherà perchè ha avuto tutto dalla vita, dove per tutto si intende tutto ciò che è inutile. Mah.
Alla fine il pacioccone, che di nome fa Brownlee, si dimostra più simpatico del previsto e mi da anche il suo biglietto da visita per andarlo a trovare a Nashville o per qualsiasi problema che potessi avere negli States. Ebbravo Brown. Fatto sta che all'atterraggio a Gatwick si divisero le strade (citando Fabri Fibra). Vado a prendere i bagagli ed OVVIAMENTE sono l'UNICO (dove per unico si intende unico, non tra i pochi) a non trovare il carrellino per i trolley, il che vuol dire che gironzolo comodo comodo con 60 chili di roba in mano (bagaglio a mano escluso) alla ricerca del treno per Heatrow.
Trovo il chioschettino di National Express dove chiedo “a one-way ticket to Heatrow Airport”. La commessina, tale faccia da zoldra di nome Karen, mi chiede “Did you say Heatrow?” e io “Yes”.
Conversazione da prima elementare circa, dopo aver studiato i numeri e i colori. Mi dice di girare mezzo mondo per trovare il treno che mi porterà all'autobus (perchè non aggiungere un pezzo in bici così facciamo il triathlon e siamo più felici?). Coi miei bei valigioni tutti coperti di fascioni rossi (per la non-modica cifra di 14 euro) giro mezzo mondo e dopo essermi chiesto se non sono per caso già uscito dalla giurisdizione inglese, si apre una porta in un muro e quello che credo essere un ascensore comincia a muoversi orizzontalmente. Solo due minuti dopo, mi sono reso conto di essere sul famigerato treno che doveva portarmi all'autobus che mangiava la mela che un giorno mio padre alla fiera dell'est comprò. Per pura, sacrosanta curiosità leggo il biglietto che ho ancora in mano e trovo la simpatica dicitura “london gatwick – london victoria station” il che è la perfetta ed indiscutibile affermazione del fatto che la karen della zoldra non aveva solo la faccia, perchè sta troiona mi ha dato il biglietto sbagliato, dritto dritto per il centro di londra, altro che aeroporto.
Torno indietro aprendo un'altra porta nel muro che porta al treno che non porta più all'autobus che un giorno quella zoldra di karen alla fiera dell'est si inventò.
Torno da Karen e le dico con tutta la mia gentilezza e cordialità che è una fiorente donzella e che mi deve dare il mio biglietto e i miei soldi.
Lei insiste che io avevo detto “london”, parola che sono sicuro di non aver pronunciato negli ultimi 20 giorni e quindi si incazza pure, prima di darmi il nuovo biglietto e sbattermi in una sala d'attesa.
Attendo con un hong-kongese e venti sud africane, per circa 20 minuti, dopodichè ci dicono di uscire perchè sta arrivando l'autobus. Autobus che arriva almeno altri 40 minuti dopo; salgo per ultimo e il conduttore decide proprio mentre si appresta a caricare la mia valigia di essere troppo stanco. Quindi mi fa “you filled it in, you take it”, che non è altro che un modo un po' più paraculo di dire “me so rotto er cazzo, mo t'a carichi tu”. Ovviamente lo faccio e riparto. Un'ora dopo arrivo a Heatrow e becco il primo genio della giornata. Una vecchiettina molto british, una specie di regina Elisabetta invecchiata che tira via la sua valigia dal carrellino e me le offre, vedendo che necessitavo di un tempo di preparazione attorno ai 2 minuti ogni volta che decidevo di prenderle in mano.
Carico tutto ed entro, mi dicono che posso già fare il check-in, quindi faccio venti minuti di fila per scoprire che in realtà non è vero ed essere mandato via.
Cerco ovunque un modo per comunicare con casa, finché non mi dicono che Starbucks è connesso in wireless (che in Italia significa che non paghi internet). Decido di non regalare una sterlina per quindici minuti di connessione alle cabine telefoniche e di entrare da Starbucks. Spendo all'incirca cinque sterline per un paninaccio al salmone e un cappuccino che forse fa meno schifo di quello di Bologna. Peccato che poi scopra che in Inghilterra essere connessi wireless vuol dire che sei libero di pagare euri su euri al minuto e quindi, siccome anche qui ciccia, penso di trascrivere queste prime memorie, prima dell'imbarco per New York. A presto con la seconda parte.