giovedì 7 dicembre 2006

Sti tacchini d'americani: da Rocky alla Bibbia

So che sembra incredibile, eppure sono riuscito a essere molto più logorroico del solito. Eccovi tre pagine di word sul giorno del ringraziamento. Lè! Così la smettete di chiedermi quando vi invio la prossima mail. Avevo pensato di fregarvi mandandovi delle email bianche, giusto per essere in tema col clima politico italiano, ma poi non volevo che facessero un film su di me, quindi ho evitato.
Non esiste niente di più americano di Thanksgiving: il giorno del ringraziamento. Quindi, per viverlo con il vero spirito statunitense, ho deciso di accettare l'invito di un professore del Dickinson a spenderlo con la sua famiglia, a Philadelphia. Lui gentilissimo, la famiglia altrettanto. Hanno vissuto in Europa per un po', quindi me li immagino molto europei, in realtà a parte dire “à la table” quando è pronta la pappa e “salade” invece di “salad” sono americani fino alla punta dei calzini; il che, ovviamente, non è necessariamente negativo. Comunque il soggiorno comincia con metà famiglia che suona davanti al camino (a gas, si accende e spegne con una manopola – tristezza universale). Poi si mangia. E qui si vede l'influenza europea, perché la pasta con gamberetti, pomodorini e fagiolini è proprio magica. Dopo cena dritto a nanna e scopro che la mia camera è stata copiata da quella di Heidi. Noto che ad ogni angolo della casa trovo una Bibbia e scopro che il professore non insegna solo teologia, ma è anche un pastore presbiteriano. Sti cazzi. Io sinceramente non so neanche precisamente quale sia la differenza tra un cattolico e un presbiteriano, spero solo di non dovermi sottomettere a torture troppo gravi. E il bello è che quando la moglie a cena mi aveva chiesto se ero cattolico (insieme a diciottomilasettecentocinquantaquattrovirgolanove altre domande), le avevo risposto di sì solo per farla felice. Comincio a temere per una vendetta protestante e chiudo bene la porta della camera che non si sa mai. La mattina dopo mi portano al centro commerciale. E io non voglio crederci perché sarebbe troppo stereotipo americano e invece no, è vero. Ore a girare nel nulla, insieme a teenager annoiati e I-Pod-ati, che si incontrano senza neanche parlarsi perché stanno ascoltando musica per i cazzi loro. Geniale. Poi spero che non succeda, e invece c'è anche lui. Babbo Natale. Sotto l'albero, nel bel mezzo del centro commerciale, con i bambini che si siedono sulle sue gambe e si fanno fare la foto mentre gli chiedono un pony. Che poi non so cosa ci sia di sbagliato con gli americani e i pony, ma oggi mi sono vestito da Babbo Natale (o meglio da Nikolaus) per il club tedesco e i cinni mi hanno chiesto solo dei pony.. magari dovremmo pensare a mandare un po' di pony in regalo agli americanozzi, così stanno un po' più quiet e non scassano più in medio-oriente. Dopo un caffè Starbucks (eh sì, ormai sono un po' americano anch'io), si torna a casa e la sera mi portano in un ristorante italiano gestito da albanesi, che ovviamente mi amano (noi italiani dovremmo andare più spesso in Albania) e quindi ci offrono la cena, che tra l'altro era anche molto buona.
Il giorno dopo è Thanksgiving: mi sveglio e la mamma mi chiede di aiutarla a cucinare e scopro che si va a casa di amici loro (uno dei quali è il direttore delle scuole pubbliche di Philadelphia), ma cuciniamo tutto noi, a parte il tacchino. Quindi mi metto al lavoro e preparo lo stuffing, ovvero il ripieno del tacchino che però, per qualche inspiegabile ragione, non mettono dentro il tacchino, ma di fianco (e allora che cazzo di ripieno è? Vabbè... “so' bono de core”, quindi non gli dico niente). È una specie di vaso di Pandora: contiene più o meno tutti i mali del mondo, partendo da milletrecentonovantasei spezie e continuando con burro, pane da toast, burro, cipolla, burro sedano e... ho già detto burro? Va bè, c'era anche il burro. Molto burro. Pure troppo.
Le mashed potatoes (er purè, per no' artri) le fa lei, mentre io mi sbizzarrisco nella Apple pie ('a torta de meleeee), che riempo di cannella, visto che mi fanno schifo sia la Apple pie sia la cannella. Poi mi fa fare una roba orribile con il mais. Praticamente un teglione fatto di strati di mais, formaggio (sempre quello gusto numero 1 approvato con qualche legge federale il giorno dell'indipendenza), zucchero (ma perché?) e altra roba di cui non colgo bene la consistenza. Ovviamente il tutto ben corredato da pezzi di burro messi a caso un po' ovunque, giusto per divertimento. Per fortuna lei pensa anche alle sweet potatoes, una roba disgustosa chiamata patata dolce, che però in realtà non è una patata. Un po' come se noi chiamassimo carote dolci le melanzane... Perché?
Ad ogni modo si parte per la casa degli amici, molto carini e simpatici.
Dopo pochi minuti di convenevoli fintissimi (metà giornata a casa si era passata a prenderli per il culo e altra metà dopo a fare altrettanto) e gamberetti con birra indecente, si arriva finalmente al protagonista della giornata: il tacchinozzo. Prima però Dean, padre della padrona di casa, fa una preghiera, dicendo grazie sopratutto ai soldati americani che combattono ogni giorno per la libertà nel mondo. Si vede che non aveva voglia di dire grazie a molte persone...
Comunque mi riempio il piatto di tutto quello che c'è, a parte sweet potatoes e cranberry sauce (salsa di mirtillo rosso.. se avete il coraggio di metterla sul tacchino, siete americani almeno al 70%). Il piatto sembra favoloso, ma poi penso un solo secondo alle cene fatte a casa mia, o alle feste coi nonni, o anche a qualsiasi altra normalissima cena a Bologna o a Fiorano. E mi viene un po' di tristezza, Perché la loro cena migliore dell'anno non vale proprio un pistacchio in confronto alle nostre più schifide.
Per annegare la mancanza della lasagna, comincio a parlare col vecchio Dean. Una faccia da cowboy sempliciotto ubriacone buono a nulla ma simpatico almeno tre volte tutti quelli che lo circondano e tra un gravy (l'unica cosa che può dare un gusto ai tacchini americani, enormi ed insapori) e un po' di insalata, cominciamo a scambiare parole a caso in più o meno cinque lingue, olandese incluso. Scopro che durante la guerra fredda ha lavorato in Russia, dove sorvegliava per il dipartimento di stato le traduzioni di libri americani sulla democrazia, che la CIA voleva diffondere nell'Unione sovietica. Mica cotiche. Poi tra una minchiata e un pezzo di tacchino salta fuori che nel 2002 gli hanno dato il premio “JFK Profiles in Courage”, un premio che danno tutti gli anni in onore di Kennedy a chi dimostra coraggio nell'aiutare il mondo a essere un posto migliore. Solo che quell'anno l'hanno dato a pari merito: lui e Kofi Annan. Mica male come carriera per un sempliciotto d'un cowboy ubriacone. Forse ogni tanto non sono proprio bravo a capire le persone. Scheissegal (macchisefrega).
Dopo un po' si passa ai dolci. Pumpkin' pie (anche qua, nonostante il nome, pare non ci sia traccia di zucca), apple pie, fudge (budino schifidoso) e gelato nel bidone da venti chili che si vede in “Una mamma per amica”. Un po' di tiramisù no, eh? Si riparte verso casa, con gli stomaci piuttosto pieni e... che si fa? Io e il papà ci sdraiamo sul divano di pelle a ventotto posti e guardiamo la classica partita di football del giorno del ringraziamento. Magia pura.
Il giorno dopo vado in giro per Philadelphia, una città veramente molto carina, a parte il fatto che nel monumento a Cristoforo Colombo c'è la bandiera spagnola. Poi finalmente scopro il vero motivo per cui sono venuto negli States: Philadelphia, scalinata, film. Dice niente? Bè a me sì, prendo e parto a correre sugli scalini che portano al Museo d'Arte, come un altro italiano prima di me. Un certo Rocky Balboa. E urlerei anche Adriana, se non fosse che mi guardano tutti e che a me Adriana non piaceva neanche.
Poi è ora di andare, perché sta per avverarsi il mio sogno da dieci anni a questa parte: l'NBA. Volo al Wachovia Center dove incontro Thetje, il mio amicone tedesco e altri due olandesi che studiano con noi, per vedere una partita di basket, e mica una qualsiasi: Philadelphia 76ers contro Chicago Bulls. Storia pura. Entro con un cappellino dei Sixers e la maglietta di Jordan, giusto per evitare di farmi pestare da chiunque. Spendo l'ira di dio per una cena composta da hot dog, patatine fritte e birra. Birra per la quale tra l'altro ho dovuto lottare non poco.
Traduzione della scena:
Io me medesimo: Un Hot dog lungo un piede, due patatine fritte grandi e una birra. Grazie.
Barista idiota: Carta d'identità (siccome non si può bere sotto i ventuno te la chiedono ovunque, ma di solito sono un po' più carini e ci mettono un please...)
Io: Certo. Ecco (sfoderando la mia magica carta d'identità italiana che tutti prendono per il culo perché è di carta e non di plastica come ovunque).
Barista idiota: Falsa, niente birra
Io: Eh?
Barista idiota: Falsa
Io: Cosa?
Barista idiota: La carta d'identità è falsa
Io: Potrebbe dirmi perché, giusto per curiosità?
Barista idiota: Non esiste il mese 15
Io: Eh?
Barista idiota: Non esiste il mese 15. Qui dice che sei nato il 15/04/1984, quindi il quarto giorno del quindicesimo mese e non esiste nessun quindicesimo mese (negli States la data si scrive al contrario, mese/giorno/anno).
Io: Veramente essendo europei scriviamo al contrario (non ci provo neanche a fargli capire che sono loro che non ce la cavano e cambiano tutti gli standard mondiali un po' come cazzo gli pare, giusto per fare i fighi). Prima il giorno e poi il mese.
Barista idiota: Ah.
Io: Ma poi scusi, va bene essere idioti, ma secondo te io mi sbatto per fare una carta d'identità falsa e poi ci metto un mese che non esiste?
Barista idiota: Shit happens. (Letteralmente “La merda capita”, un po' meno letteralmente “cazzo ci posso fare io se tu sei coglione”)
Io: (in italiano) Già. Giusto così. Scemo io. Thanks!
E me ne vado con la birra a vedere lo show che comincia. Scopro che Iverson torna da due settimane di infortunio, solo per me. E solo per me piazza 46 punti (46, 4-6) e 10 assist, facendo i Bulls a polpette, con un finale di 123 a 108. Una roba da brividi. Mai visto nessuno fare roba del genere su un campo da basket; lui, la palla e il canestro sono una cosa sola, tre gemelli siamesi divisi da bambini e che si rincontrano spesso. Poi ovviamente il divertimento più grande sono gli intervalli, con gente che fa di tutto per farsi inquadrare e la mascotte che lancia regali a caso (ma stavolta sono un po' troppo lontano per prenderli). Comunque esco ancora stordito e vado fuori con i ragazzi. Passiamo circa ventotto minuti in una delle discoteche più tristi mai viste, a quanto pare la migliore di Philadelphia, divisa tra una sala hip-hop, piena di rappettoni neri, con collanone d'oro e cappellino degli yankees ed una sala disco, in cui ho sentito la più orrenda versione mai prodotta di Sweet Dreams. Tra una cosa e l'altra, sopratutto Cheese Steak e birra, si fa tardi. Torno a casa, lavoro un po' a una ricerca sugli italo-americani e quando vado a letto sono ormai le 4 e mezza. Il giorno dopo, alle 8, mi vengono a svegliare. Il Professor bussa alla stanza.
Giuseppe: (sbiascicando suoni impercettibili in italiano) non c'è nussen boun mitovo per ciu tu passo sviglarime a qeust'aro.
Professor: Giuseppe svegliati, andiamo a messa.
Giuseppe: ahahahahahahahahahah!
Professor: No, Giuseppe, andiamo veramente a messa.
Giuseppe: ...
Che poi la messa non era un gran problema. Mi ha dato qualche problemino in più la geniale idea presbiteriana della “Scuola della Domenica”, ovvero una serie di lezioni sulla Bibbia a cui assistere prima della messa stessa. Perché assistere a una messa in cui tre pastori in giacca e cravatta parlano di Dio con discorsi imparati ai corsi per vendere le aspiravolveri della Folletto può essere anche quasi interessante, un'ora e mezza di lezione sul rapporto tra l'archeologia e la Bibbia, devo dire che sono proprio un bel gatto attaccato agli zebedei, che penzola allegramente e che non dimostra altro che la voglia di affilarsi le unghie.
Le foto stavolta sono tante, e poi già che ci sono vi mando anche un video, anzi due, che potete trovare su youtube. Il primo sono io che mi rendo ridicolo sugli scalini di Rocky; il link è: http://www.youtube.com/watch?v=faPer8ztNx4
Il secondo è un regalo: il mitico Razvan, il “Mago dell'Est” della squadra di calcio, che ha deciso di volersi violentemente male, bevendo un caffè al quale io e Thetje avevamo gentilmente aggiunto i seguenti ingredienti: Tabasco, Salsa di soia, latte, pane, M&M's, insalata, spaghetti, patate, zucchero, arancia e pesce. Lui l'ha definito una “antica ricetta rumena agrodolce”, che non è neanche tanto cattiva e che soprattutto fa bene ai muscoli. E noi ci lamentiamo della rumena che canta “Dragostea Din Tei”.
Eccove er cullegamentu: http://www.youtube.com/watch?v=S8YD451dVqo